I sindacati Fim, Fiom e Uilm preparano lo sciopero nell’ex Ilva che giovedì coinvolgerà tutto il gruppo, e quindi i diversi stabilimenti, per l’intera giornata. A Taranto ci sarà un corteo che dalla fabbrica muoverà verso Palazzo di Città. Le sigle metalmeccaniche sono al lavoro per la riuscita dello sciopero e della manifestazione. Con la protesta si vuole dare un segnale forte perché la vicenda dell’acciaieria è attualmente in una fase molto delicata, visto che sul tavolo di fatto c’è una sola offerta per l’insieme dell’azienda: quella presentata dal fondo americano Bedrock. L’altra, arrivata del fondo americano Flacks Group, viene ritenuta una manifestazione di interesse più che una vera e propria offerta. Inoltre, malgrado la richiesta e la sollecitazione, il Governo non ha ancora convocato i sindacati a Palazzo Chigi per un punto di situazione.
E sulla cassa integrazione straordinaria, anche senza intesa con i sindacati, l’ex Ilva ha ritenuto di dover partire ugualmente con i nuovi numeri – 4.450 nel gruppo di cui a Taranto 3.803 – che incrementano quelli precedenti. L’aumento è atteso da oggi, stando alle comunicazioni aziendali.
Quindi tre motivi – il primo esito della gara per la vendita, l’assenza di confronto con il Governo e l’aumento della cassa integrazione da parte dell’azienda -, che hanno spinto le federazioni metalmeccaniche ad alzare il tiro della protesta. C’è «la piena consapevolezza della gravità della situazione, che mai così prima d’ora si è raggiunta», sostengono. Inoltre, dicono i sindacati, vi sono «l’incertezza sulla continuità produttiva e l’incognita sulla cessione del gruppo dopo aver appreso, a mezzo stampa, le sole offerte di fondi finanziari “speculativi” per l’intero asset».
Le assemblee
E in vista dello sciopero, partono oggi e si concludono dopodomani, il 15, le assemblee in fabbrica. Divise per gruppi di reparti, si terranno dalle 7 alle 8.30 nella sala del consiglio di fabbrica per motivare i lavoratori alla partecipazione, anche se la base è oggettivamente stanca e delusa – lo riconoscono gli stessi sindacati – dei troppi anni trascorsi a vuoto nell’attesa. Mercoledì, sempre nella stessa fascia oraria, oltre a quella nella sala del consiglio, è programmata un’assemblea anche nella sala refettorio del terzo sporgente per il personale addetto agli impianti marittimi.
Oltre alla vendita e alla trattativa, un’altra vicenda da tenere sotto osservazione è quella del gas che alimenta la fabbrica dopo che il Tar della Lombardia nei giorni scorsi ha rigettato il ricorso dell’azienda contro Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, e affermato che “deve escludersi che la continuità di funzionamento della produzione dell’Ilva comporti una deroga generalizzata alle regole relative all’approvvigionamento di gas”. Non si scorgono rischi immediati, tuttavia, spiegano fonti vicine al dossier, «con questa sentenza è annullato il divieto di discatura, cioè di interruzione della fornitura di gas, chiesto dall’azienda nei confronti di Snam. Se Snam la volesse fare, la può quindi fare. Ma il ricorso al Tar risale al 2023, quando c’era un’altra azienda e un’altra governance, mentre oggi la natura dell’azienda è profondamente diversa. Bisogna perciò capire cosa farà Snam dopo la sentenza. Il gas alla fabbrica viene fornito sempre da Snam, però ora c’è un rapporto diverso rispetto a quello di prima».
Il dialogo con Bedrock: si prova a migliorare l’offerta
I commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietà e gestore, proseguono il confronto con gli americani di Bedrock, il fondo che ha fatto un’offerta per l’acquisto dell’intero gruppo siderurgico. Gli americani come loro consulenti hanno i canadesi di Anmar, società specializzata nella costruzione, riparazione e manutenzione di forni, altiforni e forni elettrici. Anmar ha una sua struttura italiana e anche una sede alle porte di Taranto.
Il confronto verte sull’offerta, ma sopratutto sulla possibilità di migliorarla rispetto a come è stata presentata.
Bedrock avrebbe assicurato la decarbonizzazione, investimenti per 4-6 miliardi e la produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio. Il fondo americano, però, chiede il sostegno finanziario dello Stato – ma questo lo hanno chiesto tutti coloro che si sono affacciati per l’ex Ilva -, offre praticamente nulla per l’acquisto degli asset – il che rientra nella caratteristica dell’azione dei fondi – e soprattutto taglia con l’accetta l’occupazione.
Su poco meno di 10mila unità, di cui poco sotto gli 8mila a Taranto, Bedrock propone di prendere 3mila persone in tutto, di cui 2mila a Taranto.
Con questi numeri, il conto occupazionale della vendita è pesantissimo e quasi sicuramente ingestibile sul piano sociale, tant’è che i commissari stanno provando a migliorarli.
Ma non sarà semplice se si considera che il mix tra decarbonizzazione, forni elettrici e tecnologie, comunque sacrifica moltissimi posti di lavoro. Servirebbero delle alternative di lavoro per attutire il colpo. Che, stando agli annunci, ci sarebbero pure con i progetti d’investimento presentati al ministero delle Imprese da una serie di aziende e quelli prospettati da Confindustria Taranto e Confapi Taranto. Solo che a questi progetti vanno date gambe affinché stiano in piedi e si avviino e va fatto con un lavoro contestuale a quello che riguarderà il riassetto del siderurgico con il passaggio dagli altiforni ai forni elettrici. E tenere l’una e l’altra partita in parallelo, gestirle e guidarne l’andamento, fa capire quanta complessità vi sia da affrontare.
Comunque, il confronto dei commissari del gruppo siderurgico nato dalle ceneri dell’Ilva sta andando avanti con Bedrock.
Ci vorranno ancora dei giorni prima di giungere ad un primo approdo. In questa fase non si starebbe valutando la possibilità di aggregare Bedrock a qualche altro gruppo.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_sciopero_corteo_bedrock_offerta-9123049.html
