La nave rigassificatrice resta all’orizzonte dell’ex Ilva di Taranto. Con tre ipotesi diverse ma resta. Questo perché non ci sarebbe altro modo per far arrivare i circa 5 miliardi di metri cubi di gas che, su base annua, servono alla decarbonizzazione dell’acciaio e a sostituire progressivamente i tre attuali altiforni, con altrettanti forni elettrici, più quattro impianti di Dri (preridotto) collegati, uno dei quali a servizio di un quarto forno elettrico dislocato nello stabilimento di Genova. È l’esito del comitato tecnico che ieri pomeriggio si è riunito per la prima volta al ministero delle Imprese aggiornando i lavori a domani.

L’incontro

Presieduta da Marco Calabrò, capo del Dipartimento Mimit per le politiche per le imprese, alla riunione hanno partecipato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, Snam, Comuni di Taranto e di Statte, Autorità portuale del Mar Ionio e le amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e di Ilva. Al comitato, il ministro Adolfo Urso ha posto un quesito: come far arrivare a Taranto il gas che serve alla nuova fase. E dai lavori – Snam ha proiettato anche delle slide – è emerso che, relativamente alla possibilità di far arrivare via terra i 5 miliardi di metri cubi, le infrastrutture ci sono ed hanno capacità di trasporto. Manca però la materia prima da trasportare, il gas appunto. Ecco, dunque, che si rilancia la nave. I 5 miliardi di metri cubi che servirebbero a forni e Dri possono arrivare solo via mare e poi smistati.

Le opzioni

Ma quali le tre ipotesi? Una è nota da giorni. Era nelle bozze, trasmesse dal Governo, sull’accordo di programma tra istituzioni sulla decarbonizzazione e l’ha confermata Urso nel vertice di lunedì scorso. Questa prima ipotesi prevede la nave in porto. Che per il Governo è la soluzione migliore. Rispetto alla prima collocazione, che era il molo polisettoriale, dove oggi è il terminal container di Yilport e dove in futuro verrà l’hub per costruire i grandi impianti galleggianti dell’eolico offshore, adesso si parla del quinto sporgente che, in concessione, appartiene alla fabbrica che l’utilizza per spedire i prodotti. Il quinto sporgente è comunque difronte al molo polisettoriale. Con quest’ipotesi, l’ex Ilva avrebbe l’approvvigionamento del gas ad una delle sue banchine. Resta però da vedere cosa ne pensa il Comune di Taranto, che al polisettoriale ha già detto no per non compromettere le attività del porto.

La seconda ipotesi vede invece la nave in prossimità della diga foranea. In rada quindi. Anche questa possibile collocazione è nota, ma il Mimit eccepisce che costa 400 milioni. Comunque è oggetto di valutazione. Terza ed ultima ipotesi, far arrivare la nave in un altro porto, forse Gioia Tauro, e da qui immettere il gas nella rete per dirottarlo all’ex Ilva. Secondo alcune fonti partecipanti alla video call di ieri, di quest’ipotesi si è parlato, ma altre fonti vicine al dossier frenano molto in proposito e la declassano a fantasia. E osservano: ma perché un’altra città dovrebbe accollarsi la nave di rigassificazione per far fare gli impianti di Dri a Taranto e quindi senza nulla in cambio, né, tantomeno, i posti di lavoro? Tant’è, si rammenta, che nel caso in cui Taranto non volesse la nave e quindi chiudesse sulla possibilità di alimentare forni elettrici e Dri, quest’ultimi potrebbero essere costruiti a Gioia Tauro. Che in tal caso avrebbe sia l’investimento pubblico – finanziato con un miliardo e affidato a Dri d’Italia – che i posti di lavoro collegati. E se Taranto volesse solo i forni elettrici rinunciando al Dri? In questo caso, basterebbero 2,5 miliardi di metri cubi di gas l’anno e non ci sarebbe bisogno della nave. Potrebbero arrivare via terra, ma Snam, che ha sottolineato che trasporta il gas con le sue infrastrutture ma non ne dispone materialmente, ha detto che va prima fatta una verifica di mercato. In sostanza, bisogna vedere gli operatori disponibili. In quanto al gasdotto Tap, indicato come fonte possibile, il market test del periodo 2021-2023 con cui il mercato è stato interpellato, si è già chiuso. Il miliardo e 200mila metri cubi che da inizio 2026 verranno immessi nella rete, risultano assegnati. Mentre per il market test del 2023-2025, a breve, spiegano fonti tecniche, Tap presenterà al mercato la proposta finale. Entro la fine di quest’anno, gli shipper – coloro che vendono gas all’ingrosso, acquistandolo da produttori o importatori e rivendendolo a società di vendita o direttamente a grandi clienti finali – dovranno fare le offerte vincolanti. In teoria, se si dovesse fare un accordo su Taranto, ci potrebbe essere qualcuno che si fa avanti per l’ex Ilva. Guida sempre il mercato, si commenta, e sulla base della richiesta espressa, Tap effettua poi l’adeguamento. Al market 2023-2025, ne seguirà un altro per il 2025-2027.

Annunciando l’aggiornamento dei lavori a domani, il Mimit spiega che l’obiettivo è “giungere alla definizione di conclusioni propedeutiche entro il 28 luglio per consentire al Consiglio comunale di Taranto di esprimersi in piena consapevolezza al fine di consentire la sottoscrizione dell’accordo di programma interistituzionale nella riunione finale già convocata dal ministro Urso per il 31 luglio al Mimit. In tale occasione, alla presenza delle amministrazioni centrali e locali della Puglia, dovrà essere condiviso il piano di piena decarbonizzazione dello stabilimento siderurgico di Taranto presentato dal Mimit a Regione e enti locali”.


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/la_nave_rigassificatrice_resta_la_scelta_primaria_rifornire_ex_ilva-8969846.html