I conti si faranno quando il piano industriale e quello occupazionale saranno sul tavolo, quando la proposta dell’investitore che vuole prendere l’ex Ilva sarà chiara e definita, così come chiaro e definito sarà l’investitore, perché è vero che c’è una trattativa prioritaria con gli azeri di Baku Steel Company, ma non è che con gli indiani di Jindal International e gli americani di Bedrock non si sta discutendo. Eppure, anche se non si è ancora in questa fase, c’è un termine che preoccupa non poco i sindacati ed è esuberi. Inutile girarci intorno: con il passaggio dagli altiforni a carbone ai forni elettrici, passaggio che nessuno mette in discussione, ci saranno meno occupati. L’azienda sarà più piccola e più magra perché è proprio il cambio di ciclo che richiede meno forza lavoro.
Dicono i sindacati nazionali: «L’incontro di lunedì sarà sicuramente molto complicato. Non si capisce come mai da altre parti il rigassificatore si può fare mentre a Taranto no. Si potrebbe prevedere che il rigassificatore ci sia fino al potenziamento del gasdotto Tap. Ma se lo si esclude, l’impatto sul complesso industriale e sull’occupazione è enorme».
A fine maggio Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, l’ex Ilva appunto, aveva 7.947 dipendenti a Taranto di cui 3.203 nella sola area di fusione. A questi vanno aggiunti i 1.810 degli altri siti, di cui 944 a Genova, per un totale di 9.757 unità. Sul numero globale vanno poi calcolati i cassintegrati e la nuova proposta dell’azienda, visto che al momento c’è un solo altoforno in marcia e una bassissima produzione, è per 4.050 addetti contro gli attuali 3.062. Mille in più quindi, anche se in entrambi in casi parliamo di numero massimo previsto e i 4.050 chiesti adesso devono ancora essere contrattati tra azienda e sindacati nell’incontro riprogrammato al ministero del Lavoro al 24 luglio.
Di Baku si è detto che ha offerto circa 7.800 occupati ma nel gruppo, ovvero società controllate comprese (Energia, Servizi Marittimi etc.), per cui se ai 9.757 della sola AdI aggiungiamo le altre società, si arriva ad un numero complessivo che supera le 10.000 unità. Quindi, un primo raffronto da fare sarebbe più di 10.000 attuali, poiché la vendita riguarda l’intero gruppo, contro 7.800 futuri se fosse davvero questa la proposta di Baku, mentre Jindal avrebbe offerto meno.
Ma c’è un altro numero che nelle ultime ore è comparso sulla scena ed é 1.100. Questo è il numero che gli ucraini di Metinvest (che all’ex Ilva non si sono nemmeno avvicinati con una manifestazione di interesse) impiegheranno nella nuova acciaieria a Piombino che avrà un forno elettrico alimentato con rottami e ghisa importati, non preridotto dunque, ed una produzione annua di 2,7 milioni di tonnellate, mentre l’investimento sarà di 2,5 miliardi. Su Piombino è stato firmato l’altro ieri l’accordo di programma al Mimit e quei 1.100 addetti per un forno elettrico – Taranto con la decarbonizzazione ne dovrebbe avere 3 – sono grosso modo il numero intorno al quale si dovrebbe ragionare anche per il siderurgico, salvo variazioni. Inoltre, va considerato che con i forni elettrici, vengono meno interi pezzi di stabilimento, cokerie, agglomerato e parchi minerali, e che una serie di attività a monte e a valle, esempio le manutenzioni, si comprimono rimanendo con meno addetti.
Ecco perché i sindacati guardano con preoccupazione all’ipotesi, allo stato non remota, che le istituzioni di Taranto, contrarie alla nave di rigassificazione, accettino solo i tre forni elettrici e rinuncino ai tre impianti di preridotto collegati, entrambi alimentati a gas. È stato già stimato che scartare il preridotto, cioè la produzione del materiale da caricare nei forni elettrici, fa saltare altri 700 posti circa. Si calcolano 250 a impianto, anche se per alcuni potrebbero essere di più. Settecento posti nei quali ricollocare una quota di coloro che diverranno esuberi nell’ex Ilva.
Ieri, intanto, sono giunti al Comune i due schemi illustrati dal ministro Adolfo Urso agli enti locali nel vertice di martedì al Mimit. Agli schemi seguono le due bozze di accordo di programma da discutere nel nuovo incontro di martedì a Roma e che ieri pomeriggio erano in fase di stesura al ministero. Il primo schema prevede a Taranto tre forni elettrici, altrettanti impianti di preridotto ed una nave di rigassificazione per alimentare entrambi. Produzione annua, 6 milioni di tonnellate. C’è però una novità: altri 2 milioni di tonnellate verrebbero prodotti a Genova con un ulteriore forno elettrico e in questo modo il polo ex Ilva del Nord si renderebbe autonomo da Taranto.
Il secondo schema, invece, prevede a Taranto solo i tre forni elettrici (ed è l’opzione verso la quale sembra indirizzato il sindaco Piero Bitetti, mentre il governatore regionale Michele Emiliano pare che si stia adoperando per tenere tutto insieme) e il preridotto prodotto altrove, probabilmente a Gioia Tauro dove è già previsto un rigassificatore terrestre. Ma anche Genova pare disponibile a prendersi il preridotto, un investimento pubblico da un miliardo già finanziato.
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https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_sos_sindacati_senza_gas_troppi_esuberi_accordo_ecco_le_bozze-8951088.html
