Sicuramente non si può dire che Genova insidia Taranto su chi, dei due stabilimenti ex Ilva, debba avere i nuovi forni elettrici, ma molto probabilmente il capoluogo ligure è un altro soggetto, insieme ai potenziali investitori Baku Steel Company, Jindal International e Bedrock, che sta alla finestra in attesa di vedere cosa si deciderà a Taranto per l’accordo di programma. Accordo che fa leva sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva e quindi sull’installazione dei forni elettrici e dell’impianto di preridotto da far marciare con il gas.
In verità nelle diverse videocall che ha avuto sull’argomento, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, non ha mai citato espressamente Genova, né Piombino, ma ha detto che qualora da Taranto non venisse manifestato consenso sull’arrivo del gas attraverso la nave di rigassificazione, «dobbiamo cominciare a delineare un percorso diverso, prevedendo il Dri in altre località d’Italia».
Ora per Urso è anche importante che ci sia lo sblocco della nuova Autorizzazione integrata ambientale per evitare che il Tribunale di Milano imponga la chiusura della fabbrica – la sentenza è attesa a luglio -, ma il gas, secondo il ministro, è uno dei “fattori abilitanti» affinché i potenziali investitori prendano decisioni concrete. E allora perché le ipotesi Genova e/o Piombino?
Genova ha chiuso molti anni fa l’area a caldo e la sua attività, produzione di banda stagnata e latta, è attualmente alimentata da Taranto. Fonti sindacali interpellate da Quotidiano dicono che non è da escludere che Genova possa accogliere un forno elettrico ed altre aggiungono che l’ex sindaco Marco Bucci, ora presidente della Regione Liguria, in passato non avrebbe manifestato contrarietà. Certo, c’è da vedere cosa pensa adesso l’attuale sindaco Silvia Salis qualora il problema si ponesse, ma l’ipotesi relativa alla collocazione di un forno elettrico nel capoluogo ligure potrebbe registrare interesse. Anche perché sindacati e lavoratori di Genova hanno più volte evidenziato la necessità di irrobustire il polo siderurgico del Nord (oltre a Genova, ci sono Novi Ligure e Racconigi), per cui, qualora l’operazione andasse in porto, potrebbero configurarsi due scenari. Il primo è che il cosiddetto “spezzatino” che i sindacati sulla vendita dell’ex Ilva hanno sempre chiesto di evitare perché il gruppo andava tenuto unito e coeso e venduto come tale – e questo lo ha anche privilegiato il bando di vendita lanciato dai commissari un anno fa -, non solo si realizzerebbe ma avrebbe anche la polpa della produzione. Altro scenario è che con un forno elettrico, su Genova potrebbero anche esserci attenzioni diverse da parte dei privati. Marcegaglia, per esempio, nella manifestazione di interesse presentata mesi addietro, ha puntato solo su Novi Ligure, anche in un’ottica di integrazione con gli impianti acquisiti nella vicina Francia, mentre Sideralba lo ha fatto per Racconigi. Genova, quindi, non c’è, ma un eventuale irrobustimento dell’asset industriale ligure potrebbe dar luogo ad altre valutazioni. Magari anche da parte di coloro che al momento non sono su questa partita.
E l’impianto del preridotto? Nella videocall di venerdì scorso con i sindacati, Urso ha sostenuto: «Dobbiamo garantire che nell’accordo che prevede il passaggio ai forni elettrici ci siano gli elementi affinché i forni elettrici, come anche il Dri, siano alimentati dal gas. Come il gas può giungere, fa parte dell’accordo. Allo stato, solo una nave come quella che è a Piombino può alimentari i Dri man mano che vengono costruiti e i nuovi forni elettrici man mano che vengono spenti gli altiforni».
Dunque, un eventuale posizionamento del preridotto a Piombino potrebbe già contare sul fatto che lì, in quel porto, la nave è già attraccata ed ha una capacità di lavorazione di 5 miliardi di metro cubi di gas l’anno. E siccome appare improbabile che si faccia il preridotto a Piombino e i forni elettrici a Taranto, perché i due impianti vanno tenuti vicini, ecco delinearsi l’eventualità di un asse Piombino-Genova. A ciò si aggiunga che a Piombino Metinvest costruirà i forni elettrici ma non il preridotto, che invece importerà, e che gli elettrosiderurgici del Nord, che vogliono il preridotto, potrebbero essere più favorevoli ad un impianto più vicino alle loro aziende rispetto a Taranto. Inoltre, del preridotto Urso non intende farne a meno perché, ha detto, è un investimento pubblico già finanziato (un miliardo), perché è il cuore della decarbonizzazione e perché ci sono ragioni strategiche industriali per cui l’Italia deve dotarsene.
Ma senza preridotto e forni elettrici che sarebbe a quel punto di Taranto? Urso non ne ha indicato le conseguenze, ma ipotizzarne un ridimensionamento non sarebbe peregrino, anche perché questa frase del ministro, che chiama in causa gli enti locali, è rivelatrice: «Se sapremo che si può fare o non si può fare il Dri a Taranto, e quindi se si può produrre o non produrre, inizialmente con gli altiforni e poi con i forni elettrici, sapremo anche quali possono essere le conseguenze occupazionali dirette o indirette».
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/forni_elettrici_preridotto_possibile_spostarli_al_nord_ex_ilva_taranto_cosa_sappiamo-8927586.html
