La notte a Taranto sembra non finire mai. Davanti ai cancelli dell’ex Ilva e lungo le statali bloccate, tra transenne improvvisate e fuochi accesi per resistere al gelo, le sagome dei lavoratori restano immobili, ostinate, mentre un freddo tagliente morde le ossa e rende ogni respiro più pesante. Molti hanno trascorso l’intera notte per strada, avvolti in coperte logore, seduti su sedie di fortuna o semplicemente in piedi, per non abbandonare quei presidi che ormai sono diventati un simbolo di resistenza e dignità.
Il racconto
All’alba la città si risveglia lentamente. Le auto si incanalano in un traffico rallentato, trovando i percorsi sbarrati dai blocchi. Ma per chi è lì da ore, non è una chiusura contro Taranto, è un’estrema forma di difesa. Chiedono che la comunità si stringa attorno a loro, che i quartieri, le famiglie, i negozi non li vedano come un ostacolo, ma come l’ultima linea a tutela di un futuro ormai appeso a un filo. La stanchezza è evidente sui volti scavati, nelle mani arrossate dal freddo, negli occhi lucidi di chi non vuole cedere. Eppure la determinazione resta intatta: continuare, nonostante tutto. La vertenza dell’ex Ilva è una ferita aperta da anni, una lunga agonia fatta di promesse mancate, decreti, passaggi societari e piani industriali mai davvero realizzati. Oggi quella ferita sanguina di nuovo, mentre le famiglie fanno i conti con stipendi che non arrivano, tredicesime svanite, bollette e mutui che aspettano risposte.
Francesco Delle Grottaglie, lavoratore diretto ex Ilva, racconta la sua esasperazione: «Lo stato d’animo è quello che si evidenzia in queste ore e abbiamo un governo che non ci sta dando delle risposte. Viviamo in una situazione economica difficile e tra poco quella fabbrica dovrà chiudere. Noi – confida – chiediamo semplicemente di darci delle risposte: cosa dobbiamo fare? Dove dobbiamo andare a sbattere? Stare a casa senza lavorare ci mette in difficoltà. Dal 2008 viviamo questa condizione e non è più tollerabile. Vogliamo che questa fabbrica possa produrre in maniera sicura e dare un posto di lavoro alle persone».
Le sue parole si intrecciano con quelle di Davide Nettis, responsabile appalto Uilm, che denuncia una crisi che colpisce soprattutto l’indotto. «Ogni volta che arrivano novembre e dicembre – spiega – rimaniamo senza stipendio e senza tredicesima. Con il piano corto sono iniziati i primi licenziamenti: un’azienda dell’appalto ha già comunicato 220 esuberi. Ci sono famiglie che non possono pagare il mutuo o mandare i figli a scuola. Come mai la comunità non comprende che lasciare a casa così tante persone è come fare una strage? Se chiude lo stabilimento sarà la morte di questa città». Anche Innocente Lippolis, lavoratore di Acciaierie d’Italia, esprime la frustrazione di chi vive nell’incertezza costante. «La mancanza di certezze – ammette – si riflette sulle famiglie. Devi dire no ai figli, non puoi affrontare una spesa, il costo della vita cresce e la busta paga diminuisce. Sopravviviamo con la cassa integrazione e rischiamo di perdere anche quella. Non siamo affezionati alla fabbrica, ma abbiamo bisogno di un lavoro».
Tra i presidi c’è chi guarda già a un confronto politico inevitabile. Marco Murianni lancia un messaggio di fermezza. «I lavoratori andranno avanti a oltranza per spingere il governo a ritirare il piano di chiusura. Attendiamo la convocazione a Palazzo Chigi. Siamo compatti e – avverte – non permetteremo a nessuno di lasciarci al nostro destino». Claudio Padalino ribadisce la stessa linea: «Anche noi dell’indotto siamo qui, non ci fermeremo. Il governo deve capire che vogliamo essere ascoltati. Non ce la facciamo più». Nelle ore più dure si leva anche la voce di Piero Vernile, lavoratore del reparto Grf e Rsu Uilm, che ha scritto al presidente della Repubblica e alla premier per raccontare una vita segnata dalla fabbrica e dalle sue crisi. «Siamo entrati in fabbrica ragazzini e ci siamo ritrovati in un vortice di problemi e colpe non nostre. Siamo stati additati come assassini, ma – si sfoga – noi non vogliamo morti, vogliamo rispetto. È il momento che tutte le forze politiche decidano il futuro di 15mila famiglie. Se si decide di chiudere, dateci un’alternativa concreta».
A fare eco, le parole di Roberto De Rosis, che allarga lo sguardo all’intera città. «Se chiude l’ex Ilva, l’economia si ferma. Non vogliamo fonti inquinanti, ma – sussurra – serve lavoro dignitoso. Dal 2012 parliamo sempre della stessa storia e non è stato risolto nulla. Chiediamo un intervento economico, non vogliamo vivere di sussidi». Intorno a loro, Taranto resta sospesa, divisa tra paura e solidarietà. E mentre il cielo grigio promette altra pioggia, i presidi restano lì: un segnale silenzioso ma potentissimo, fatto di corpi stanchi e volontà incrollabile, in attesa di risposte che non possono più essere rimandate.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/ex_ilva_taranto_lunga_notte_operai_accampati_senza_stipendio_natale_reportage_cosa_sappiamo-9224829.html
