Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, presenta il conto. In base a “stime certificate”, la gestione di ArcelorMittal ha causato danni all’ex Ilva per 4 miliardi. Si tratta della multinazionale anglo-indiana dell’acciaio che ha gestito la fabbrica da novembre 2018 ad aprile 2021 da sola e poi da questa data sino a febbraio 2024 con una società, Acciaierie d’Italia, nella quale, sia pure in minoranza e senza alcun potere reale, era presente anche lo Stato con Invitalia, società che fa capo al ministero dell’Economia.

La cifra dei 4 miliardi è frutto di una perizia fatta fare dai commissari dell’amministrazione straordinaria, arrivata il 20 febbraio 2024, e che Urso ha comunicato ieri in Senato nel question time che ha riguardato anche l’ex Ilva con le interrogazioni presentate da Forza Italia, Pd e Azione. Ora, sulla base della perizia, l’amministrazione straordinaria di AdI si prepara a far partire un’azione di responsabilità, o risarcitoria, verso gli amministratori dell’ex Ilva sotto la gestione Mittal. Sono state chieste le autorizzazioni al ministero delle Imprese e il testo legale è in fase di redazione. L’azione riguarderà coloro che possedevano ed esercitavano le deleghe gestionali dell’azienda. Non sarà coinvolta la parte pubblica Invitalia, che esprimeva solo il presidente (Franco Bernabè, già a capo di Eni e di Telecom), mentre ArcelorMittal aveva l’amministratore delegato con Lucia Morselli. Sarà una causa civile che probabilmente andrà al Tribunale delle imprese a Milano.

La possibilità di un’iniziativa legale da parte dei commissari di AdI era nell’aria – si veda Quotidiano del 14 settembre scorso – e ieri, dopo che Urso ha parlato dei 4 miliardi di danni causati da Mittal, fonti vicine al dossier l’hanno confermata.

L’azione risarcitoria di AdI si scontra però con un’altra – analoga nelle finalità – già avviata da ArcelorMittal verso il Governo italiano attraverso un arbitrato internazionale. La contestazione di ArcelorMittal mette insieme più vicende: il fatto che per prendere l’ex Ilva, il gruppo, su richiesta della Commissione Europea, ha dovuto cedere alcuni asset industriali, altrimenti avrebbe realizzato una concentrazione e alterato mercato e concorrenza; il tentativo del Governo di annullare il contratto di aggiudicazione di Mittal nonostante la gara vinta; l’abolizione dello scudo penale da parte del Parlamento (due vicende, le ultime, che risalgono ai Governi Conte I e II); la variazione, a gennaio 2023, delle norme che presiedono l’amministrazione straordinaria e in base alle quali un anno dopo Invitalia, pur essendo socio di minoranza di AdI, ha chiesto al ministero delle Imprese che la società venisse messa in amministrazione straordinaria, cosa poi avvenuta agli inizi del 2024.

Urso al Senato è stato duro sulla gestione Mittal. Inoltre, ha polemizzato sui tempi della perizia giudiziaria per l’altoforno 1, sequestrato senza facoltà d’uso dopo l’incendio di maggio, ha ribadito difficoltà e complessità della vicenda e ha sollecitato di nuovo, come aveva già fatto l’altro ieri al Senato al meeting di Confindustria, la collaborazione dei poteri locali.

Le accuse sulla gestione

La gestione di ArcelorMittal dell’ex Ilva è stata «scellerata», attacca Urso. «Mittal – aggiunge – aveva programmato anche la chiusura dell’ultimo altoforno. Sarebbero saltati tutti gli impianti. Per questo abbiamo conteggiato 4 miliardi di danni da parte di Mittal. Era rimasto un solo altoforno con quattro giorni di materie prime». L’azienda è tuttora con un solo altoforno, il 4, ma perché a maggio l’incendio e il sequestro hanno messo fuori gioco l’altoforno 1 riacceso un anno fa. «La perizia è cominciata l’1 ottobre, cinque mesi dopo – afferma il ministro -. Cinque mesi per iniziare una perizia, non per concluderla. L’altoforno é unico per questo motivo e ovviamente non può produrre più di due milioni di tonnellate».

Sulla fabbrica, evidenzia Urso, «pesa l’assoluta necessita di procedere il prima possibile al processo di decarbonizzazione degli impianti siderurgici, processo che ha comunque un consistente impatto occupazionale, considerando che un forno elettrico, a parità di produzione, necessita di circa la metà del personale». Il ministro ricorda i progetti di nuova impresa di cui si sta parlando, fra quelli discussi al tavolo del Mimit e quelli presentati dalle associazioni delle imprese, ma, sottolinea, «ci deve far riflettere tutti la rinuncia di Renexia a realizzare nell’area portuale di Taranto una fabbrica di turbine eoliche perché non è riuscita ad avere assegnate quello che chiedeva nelle aree portuali. Dobbiamo lavorare per creare un clima favorevole all’industria. Anche a Taranto. Necessariamente a Taranto».

Urso quindi assicura: «Siamo contro lo spezzatino del gruppo ex Ilva. Il Governo ha sempre lavorato ad un progetto unitario volto a preservare la continuità industriale e produttiva del sito di Taranto nel quadro di un necessario e veloce processo di riconversione ambientale. Così prevedeva l’avviso pubblico di vendita del compendio. Ne sono giunte due di proposte – i commissari le stanno analizzando -, due per l’intero compendio. Quelle devono analizzare. È falso – prosegue – che stiamo lavorando alla gold company e alla bed company. Non c’è alcun piano di scissione tra parti buone e cattive dell’ex Ilva, ma una negoziazione in corso che i commissari stanno realizzando con l’obiettivo della piena decarbonizzazione e della trasformazione green degli impianti» per tornare «in futuro a produrre sino a 6 milioni di tonnellate».

Le risposte di Urso sull’ex Ilva sono contestate da Francesco Boccia, capogruppo Pd al Senato, e da Carlo Calenda, leader di Azione. E se quest’ultimo chiede le dimissioni del ministro come misura per la competitività per le imprese italiane, Boccia parla di «fallimento».


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/taranto_ex_ilva_vendita_cosa_sappiamo-9117436.html