Si chiude oggi la seconda gara per la vendita di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva di Taranto. È stata lanciata con un bando il 7 agosto e i commissari attendono le offerte vincolanti. Il bilancio, però, rischia di essere più scarno rispetto a quello della prima gara. Allora in tre concorsero per l’intero gruppo (Baku Steel Company dall’Azerbaijan, la cui offerta venne reputata la migliore, l’indiana Jindal International e il fondo americano di investimenti Bedrock), mentre in sette, tra cui Marcegaglia, avanzarono offerte per singoli asset. Stavolta Baku, che era insieme alla Socar, compagnia di Stato azera per gli investimenti, non c’è più. È andata via giorni fa. Ma rischia di non esserci nemmeno Jindal (insistenti le ipotesi al riguardo) o comunque di presentare solo un’offerta formale. E quindi in partita rimarrebbero due fondi americani: Bedrock, che confermerebbe la sua presenza, e Flacks Group, che è arrivato di recente, più un eventuale terzo soggetto di cui ieri parlavano fonti vicine al dossier senza però rivelarne il nome.
Ma perché Jindal, che pure all’avvio della nuova gara sembrava determinato e interessato a prendersi l’ex Ilva, ora potrebbe sfilarsi? Come riportato da Quotidiano il 19 settembre, Jindal – che è un soggetto diverso, anche se riconducibile alla stessa famiglia, da quello impegnato nel progetto di Piombino – nel frattempo ha acceso i riflettori sulla Germania. Nello specifico, verso Thyssenkrupp, che è sul mercato, Jindal ha presentato per ora un’offerta non vincolante. Thyssenkrupp, che resta il principale produttore siderurgico europeo, ha detto che la esaminerà con attenzione, tenendo presente “la sostenibilità economica, la prosecuzione della trasformazione green e l’occupazione”. Jindal ha assicurato il completamento del piano di decarbonizzazione nel sito di Duisburg ed annunciato un investimento superiore ai due miliardi di euro per realizzare nuova capacità di produzione con i forni elettrici. Jindal vuole fare del gruppo tedesco il “più grande produttore di acciaio integrato a basse emissioni in Europa”.
Inizialmente si era pensato che la mossa di Jindal su Thyssenkrupp fosse tattica. Ovvero, presentare un’alternativa e manifestare che non si sta guardando solo all’ex Ilva in modo da contenere l’offerta in Italia e comunque frenare eventuali richieste di rialzo. Ma adesso se Jindal dovesse tirarsi indietro, le ragioni sarebbero altre. Potrebbe essere che Jindal ha ritenuto più agevole, e forse maggiormente profittevole, l’investimento in Germania al posto di quello in Italia. C’è già una differenza competitiva tra Italia e Germania a favore di quest’ultima ed è il costo dell’energia. E anche per Thyssenkrupp si prevede un piano di decarbonizzazione della produzione d’acciaio.
Relativamente a Taranto, poi, gravano diverse incognite: dal rapporto con le istituzioni locali alle pendenze giudiziarie, dal clima sociale alle modalità di approvvigionamento del gas che dovrà alimentare i forni elettrici e gli impianti del preridotto, dal sequestro degli impianti ai costi ingenti degli investimenti. Ognuna di queste cose costituisce, allo stato, un punto interrogativo e questo potrebbe frenare Jindal. Non si può però nemmeno escludere che Jindal vada sugli impianti del Nord e non su tutto il gruppo, visto che settimane fa suoi emissari hanno incontrato il Comune di Genova.
Certo è che se Jindal si sfilasse, sarebbe un brutto colpo. Il secondo dopo l’addio di Baku e Socar che sono andati via quando hanno visto che a Taranto, per l’opposizione del Comune, non era possibile portare la nave di rigassificazione. Questa, nei piani degli azeri, avrebbe sì dovuto alimentare di gas il siderurgico, consentendone la decarbonizzazione, ma anche rifornire l’Italia. In sostanza, fermo restando l’interesse per l’ex Ilva, erano il gas e l’energia la chiave di volta di Baku e Socar. Tant’è che mollata l’ex Ilva, Socar – compagnia partecipe anche del gasdotto Tap – ha chiuso l’acquisto in Italia della rete Api, marchio IP, con oltre 4.500 distributori di carburante e ieri, in una intervista al “Corriere della Sera”, Ugo Brachetti Peretti, presidente di IP, ha dichiarato: «Ho sempre fatto il tifo per Socar perché sono affidabili e in grado di assicurare una prospettiva di altri novant’anni all’azienda».
Se ora dovessero rimanere soprattutto i due fondi d’investimento americani, bisognerà stare attenti, perché loro comprano, risanano, rilanciano e poi rivendono entro un dato tempo. Nell’acciaio, Bedrock lo ha già fatto con la canadese Stelco, ceduta un anno fa agli americani di Cleveland Cliffs, e lo farebbe anche Flacks Group, dal quale verrebbe un’offerta economica praticamente nulla o super simbolica – un euro – in cambio dell’accollo della spesa degli investimenti necessari. Ma anche questo è da vedere. A parte il fatto che i fondi, non avendo esperienza diretta nel settore, dovrebbero munirsi delle competenze tecniche oppure allearsi con un produttore, magari anche italiano.
Infine, ieri i sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto al ministero del Lavoro di spostare l’incontro sulla cassa integrazione straordinaria (la richiesta aziendale è per 4.450 dipendenti) fissato per il 29. I sindacati chiedono il rinvio perché vogliono prima parlare della vendita con il Governo, ma il ministero ha confermato per lunedì prossimo la ripresa della trattativa.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/ex_ilva_taranto_ultime_ore_bando_jindal_passo_forfait-9089630.html
