Il direttore dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia (ex Ilva), Benedetto Valli ha presentato ieri mattina negli uffici della Questura, alla Digos, l’esposto-denuncia relativo al sorvolo di quattro droni avvenuto nella serata di venerdì sulla fabbrica. Della presentazione dell’esposto-denuncia, è stata subito informata la Procura e ora si attende l’avvio di un’indagine specifica. A quanto pare, l’esposto-denuncia, più che sottolineare l’intrusione nell’area sovrastante l’ex Ilva, per la quale è prevista una sanzione, evidenzia i rischi e le conseguenze che quel sorvolo avrebbe potuto causare. Si tratta infatti di un’area dove ci sono impianti industriali complessi, cavi elettrici, dove si muovono mezzi e persone.

Non è accaduto nulla, non ci sono stati feriti, né danni agli impianti, ma se per caso il sorvolo dei droni fosse sfuggito al controllo, cosa sarebbe potuto accadere? Quali rischi si sarebbero potuti determinare? L’eventuale impatto di un drone su un impianto, cosa avrebbe potuto causare? Oltretutto, non era un solo drone ma quattro. Sono questi gli aspetti che riporta l’esposto-denuncia presentato ieri dall’azienda ma già annunciato nella serata di sabato, quando è stato reso noto l’accaduto da una nota di AdI.

Tra l’altro, pare che sia stato il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, subito informato dai commissari, a indicare di presentare subito denuncia, il cui testo i legali di Acciaierie si sono messi a redigere sabato mattina, prima che il fatto fosse ufficializzato. I droni sono stati avvistati dalla vigilanza dello stabilimento. Apparivano grandi (“non erano giocattoli” è la prima definizione che è stata data), avevano una luce di segnalazione e sull’ex Ilva avrebbero seguito il percorso che compiono le scorie della lavorazione siderurgica. Prima avrebbero volato sull’impianto di trattamento delle scorie, poi su quello addetto alla gestione dei rottami ferrosi e infine sarebbero arrivati sulla zona della discarica Mater Gratiae, che è nella fabbrica. È un pò come se avessero voluto monitorare un segmento dell’attività ex Ilva. Ma per fare che? È circolata l’ipotesi che dietro possa esserci un soggetto interessato a far vedere cosa accade in questa parte della fabbrica e farne così oggetto di denuncia pubblica, ma allo stato non ci sono riscontri. Nemmeno le fonti investigative dicono nulla su quest’aspetto. Ieri, nelle dichiarazioni rilasciate a Quotidiano, il presidente dell’Ente nazionale aviazione civile, Pierluigi Di Palma, ha detto: «Può essere stata una provocazione. Un soggetto qualsiasi, visto che al momento non è stato identificato, ha penetrato il cielo dell’ex Ilva per far passare il messaggio che quel complesso é debole. Perché se realmente dovesse essere un’attività di spionaggio, verrebbe fatta ad un’altezza di 30mila metri e nemmeno si scorge chi sta osservando. È evidente che oggi gli aerei spia inviano droni – ha sostenuto Di Palma -, mi sembra strano però che siano droni a vista. Mi lascia perplesso questo e poi, per fare che? Ecco perché vedo più un elemento di provocazione che di offesa reale. Mostrare che non sei impenetrabile».

Va detto che l’area del siderurgico è vietata al volo dei droni. Nelle regole dell’Enac si legge infatti che “se una zona é evidenziata dal colore rosso (in corrispondenza degli aeroporti) sulle mappe D-Flight, significa che quella zona geografica è interdetta al volo con droni in categoria Open a partire da una quota di 0 metri. Ciò significa che le operazioni di categoria Open (e quindi anche in Limited Open Category) sono completamente vietate. Per volare all’interno di questa zona geografica, quindi da 0 metri in su, è necessario ottenere specifica autorizzazione dall’Enac”. E “può richiedere questa autorizzazione – si puntualizza – chi è in possesso di certificazione”. Per le operazioni in categoria Open, si intende “volare con un drone a basso rischio, senza richiedere autorizzazioni preliminari, ma rispettando specifici requisiti come il volo a vista, l’altitudine massima di 120 metri, il peso massimo del drone (inferiore a 25 kg) e il divieto di sorvolare assembramenti di persone. Questa categoria si suddivide in sottocategorie (A1, A2, A3) in base alla vicinanza alle persone e al tipo di volo e richiede la registrazione del pilota e l’apposizione del numero di operatore”. 

Allora, riepilogando: se una zona è segnata in rosso sulle mappe, non può essere sorvolata dai droni. E l’ex Ilva, dalle mappe, è collocata nella zona rossa come anche la raffineria Eni. Inoltre, anche la categoria Open è interdetta per un sito come il siderurgico. Si può ovviare al divieto chiedendo all’Enac un’autorizzazione, ma da verifiche fatte da Acciaierie d’Italia non risulterebbe essere stata chiesta alcuna autorizzazione. Toccherà ora all’indagine stabilire cosa sia successo e chi sia stato l’ideatore e l’attuatore di quel volo dei droni. Anche in altri ambiti, comunque, si escluderebbe, come già detto da Di Palma dell’Enac, un’attività di spionaggio. Pare che molti anni fa un’altra zona dell’ex Ilva, quella vicina a Statte, luogo di cave, sia stata interessata da un sorvolo di droni. Ma in questo caso si sarebbe trattato di un’attività di polizia giudiziaria. Infine, resta da vedere se l’azienda adesso intenderà premunirsi contro il verificarsi di possibili intrusioni. Sarebbero comunque altri costi per una fabbrica che ne ha già tantissimi.

«Lo stabilimento dell’ex Ilva non ha i ‘controdroni’ – ha detto Di Palma -. Nel senso che non ha un perimetro che potrebbe determinare in qualche modo la non interferenza dei droni all’ingresso. Mancano sistemi di interdizione, che sono campi elettromagnetici. Ci sono dispositivi predisposti per l’abbattimento dei droni, ma ci sono soprattutto quelli che interdicono l’accesso con le onde elettromagnetiche».


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/taranto_ex_ilva_mistero_droni_acciaierie_italia_esposto_questura-9083097.html