L’Italia e Acciaierie d’Italia preparano una causa miliardaria contro ArcelorMittal. Ma anche ArcelorMittal incrocia le lame contro l’Italia e segnatamente contro il Governo.
La causa italiana verso Mittal è per come ha gestito l’ex Ilva di Taranto, partendo dal subentro alla prima amministrazione straordinaria (novembre 2018) sino all’arrivo della seconda (febbraio 2024) che ha sancito la definitiva uscita di scena del gruppo franco-indiano, il quale, a giugno 2017, vinse la gara lanciata dai commissari allora in carica (Gnudi, Laghi e Carrubba). Tra novembre 2018 e febbraio 2024, ci sono due diverse gestioni: una tutta ArcelorMittal, l’altra, da aprile 2021, di ArcelorMittal e Invitalia, con il socio privato (Mittal) in maggioranza e il partner pubblico (Invitalia) in minoranza. Invitalia per entrare nell’ex Ilva sborsò 400 milioni e altri 680 a febbraio 2023.
La battaglia legale
La mossa legale dovrebbe essere lanciata nelle prossime settimane e ha richiesto più di un anno di lavoro in termini di accertamenti e di verifiche. Lavoro che non si sarebbe ancora del tutto concluso. Era marzo del 2024 quando Boston Consulting Group, società di consulenza, avviò un check up nello stabilimento su mandato degli attuali commissari dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie, Quaranta, Fiori e Tabarelli. Non è affatto un mistero in che stato, definito fortemente degradato, ArcelorMittal abbia lasciato gli impianti di Taranto. I sindacati, il Governo, con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e la stessa amministrazione straordinaria attualmente in carica, lo hanno detto più volte. A fine febbraio 2024, nel primo sopralluogo che fece in fabbrica per parlare anche agli operai (il Mimit aveva appena nominato solo Giancarlo Quaranta come commissario e alcuni giorni dopo si affiancheranno Giuseppe Fiori e Davide Tabarelli), Urso disse che erano rimaste materie prime solo per quattro giorni, dopodiché anche l’ultimo altoforno – il 4 – si sarebbe spento. «Abbiamo preso l’azienda per i capelli», affermò il ministro. E non è un caso che uno dei primi atti dei commissari a maggio 2024 sia stato il piano di ripartenza della fabbrica con circa 300 milioni previsti. Ripartenza proprio perché c’era tutto un insieme da ricostruire e da ripristinare e che negli anni di gestione Mittal era stato lasciato andare a partire dalle mancate manutenzioni. Vero che nell’azienda c’era pure lo Stato da aprile 2021, ma è noto come l’azionista pubblico non abbia mai potuto esercitare il suo ruolo a causa di continui scontri con il privato (l’ex presidente Franco Bernabé lo ha detto anche nelle audizioni in Parlamento), né è salito in maggioranza dopo aver versato gli altri 680 milioni. Amministratore delegato dell’azienda era Lucia Morselli, che l’ha governata da ottobre 2019 a febbraio 2024.
Ma gli strascichi di quella gestione si sono visti anche recentemente, quando i commissari hanno messo mano all’altoforno 2 per avviarlo alla ripartenza, che dovrebbe avvenire a fine anno. L’impianto è stato trovato in evidente abbandono. Tirata quindi una linea e fatto il bilancio, ci si prepara a chiedere il conto a Mittal.
Ma mossa analoga hanno già intrapreso i franco-indiani che contestano al Governo una serie di comportamenti ed hanno attivato un arbitrato internazionale.
La replica
La contestazione di ArcelorMittal mette insieme varie vicende: il fatto che per prendere l’ex Ilva, il gruppo, su richiesta della Commissione Europea, ha dovuto cedere alcuni asset industriali, altrimenti avrebbe realizzato una concentrazione e alterato mercato e concorrenza; il tentativo del Governo di annullare il contratto di aggiudicazione di Mittal nonostante la gara vinta; l’abolizione dello scudo penale da parte del Parlamento (due vicende le ultime che risalgono ai Governi Conte I e II); la variazione, a gennaio 2023, delle norme che presiedono l’amministrazione straordinaria e in base alle quali un anno dopo Invitalia, pur essendo socio di minoranza di AdI, ha chiesto al ministero delle Imprese che la società venisse messa in amministrazione straordinaria, cosa poi avvenuta. Va detto però che prima di quest’epilogo, c’è un anno di incontri, trattative e mediazioni tra Governo, commissari di Ilva, Invitalia e Mittal per cercare una soluzione. Lavoro che a nulla è approdato, anzi i rapporti tra Governo e Invitalia da un lato e Mittal dall’altro sono via via peggiorati.
È chiaro che le due cause muovono richieste miliardarie, vedono protagonisti grandi studi legali e si collocano in scenari internazionali. Ma non c’è solo questo per l’ex Ilva. Mentre va avanti l’inchiesta della Procura di Taranto sulle quote gratuite di CO2 necessarie alla produzione degli altiforni e l’accusa è che Acciaierie nel 2022 abbia falsato i dati su produzione e consumo di materie prime per avere un maggior numero di quote nel 2023 (si contesta la truffa aggravata, tra gli indagati anche la Morselli), il 9 ottobre c’è l’udienza al Tribunale di Milano relativa all’azione inibitoria (stop alla produzione) intrapresa da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione “Genitori Tarantini”. Il rinvio ad ottobre è stato motivato dal Tribunale con la necessità di acquisire i documenti relativi alla nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che AdI ha ottenuto a luglio. A questo processo, infine, se ne potrebbe aggiungere un altro, ma al Tar, se i movimenti ambientalisti, come più volte hanno annunciato, impugneranno la stessa Aia perché, dicono, autorizza per altri 12 anni la produzione a carbone danneggiando ambiente e salute.
Un contesto pieno di insidie giudiziarie, quindi, e questo proprio mentre è aperta una seconda gara per vendere l’ex Ilva, con l’attesa delle offerte da parte degli investitori entro il 26 settembre.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/nuova_guerra_vista_sullo_stato_degli_impianti_lasciati_da_arcelormittal-9066089.html
