La chiusura del bando per la vendita dell’ex Ilva di Taranto viene posticipata di 11 giorni e passa dal 15 settembre al 26. La trattativa sulla cassa integrazione straordinaria viene invece anticipata di 12 giorni e anziché svolgersi il 30 settembre, ora è fissata per il 18. Sono le novità di ieri per Acciaierie d’Italia. Lo slittamento del bando e la nuova data del 26 settembre giravano dall’altro ieri, tant’è che pure il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, aveva aperto su questa possibilità. “Credo di sì ove lo chiedessero i proponenti”, aveva detto Urso sul rinvio. Aggiungendo: lo si farebbe “per dare più tempo per la presentazione della documentazione, anche in riferimento al fatto che, obiettivamente, le condizioni che abbiamo posto per la piena decarbonizzazione nel più breve tempo possibile, sono stringenti”.

Gli investitori

Infatti sono stati due dei potenziali investitori, nello specifico gli indiani di Jindal International e gli americani di Bedrock, a chiedere di avere più tempo per la gara. Dopo l’uscita di scena degli azeri di Baku Steel Company – che probabilmente, venuta meno la possibilità di portare a Taranto la nave di rigassificazione, hanno perso interesse a portare avanti l’operazione sull’ex Ilva -, Jindal e Bedrock sono i due gruppi rimasti in campo e orientati a prendere l’intero gruppo, mentre gli altri, tra cui Marcegaglia, concorrono per asset specifici. Non è detto però che le cose rimangano tali sino al 26 settembre. Jindal e Bedrock vengono descritti come molto attivi in questa fase. In particolare Bedrock starebbe cercando alleanze con i produttori italiani per vedere se in qualche modo è possibile fare un intervento insieme. Bedrock Industries, infatti, è un fondo di investimento che nel 2017 ha comprato l’azienda siderurgica canadese Stelco, acquisizione che ha permesso a Stelco di uscire dalla protezione dai creditori e di rinascere sotto una nuova proprietà. Nell’estate dell’anno scorso, Stelco è stata rivenduta a Cleveland-Cliffs, produttore di acciaio americano. E proprio nell’estate del 2024 circolò l’ipotesi che Stelco potesse gareggiare per l’ex Ilva, ma alla fine non accadde nulla.

La ricerca di eventuali partner industriali serve quindi a Bedrock ad avere quelle esperienze e competenze nell’acciaio che evidentemente non possiede.

Diverso, invece, è il discorso per Jindal, che è un siderurgico. Ad inizio d’anno, l’osservatorio di Siderweb lo ha descritto così: “Attualmente dispone di una capacità di produzione di acciaio grezzo pari a 2,4 milioni di tonnellate all’anno ed è considerato il fornitore preferito e affidabile di semilavorati e prodotti lunghi di alta qualità per i clienti delle principali economie in rapida crescita: Oman, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Jsis fornisce prodotti anche in Europa, Estremo Oriente, Cina e Canada. In più dal prossimo anno i 2,4 milioni di tonnellate saliranno poiché in Oman, attraverso la controllata Vulcan Steel e investendo 3 miliardi di dollari, Jindal produrrà con i forni elettrici: inizialmente 3 milioni di tonnellate di acciaio per salire poi a 5 a regime”.

A ciò si aggiunga la possibilità che arrivino due offerte distinte per l’area Nord e per l’area Sud dell’ex Ilva e queste vengano accettate se nell’insieme dovessero dare un saldo produttivo e occupazionale migliore rispetto a quello che si avrebbe da una singola offerta.

Le indiscrezioni

«Il confronto con i potenziali investitori sta andando bene – spiegano fonti vicine al dossier -. Il discorso della proroga del bando è legato a questo loro interesse. Fare il confronto dopo la presentazione dell’offerta? No, perché i tempi sono stati molto stretti. Il bando è stato pubblicato il 7 agosto e agosto è un mese di ferie. Quindi, il tempo a disposizione è stato poco e ci sono stati eventi importanti e delicati, a partire dai forni elettrici. La gara precedente chiedeva un impegno ad iniziare la decarbonizzazione, mentre oggi si sta chiedendo in modo netto la decarbonizzazione totale della fabbrica. Il che è una cosa completamente diversa. Prima il soggetto interessato poteva decidere cosa fare e quando cominciare, adesso gli si impone di fermare tutti gli altiforni per sostituirli con i forni elettrici».

Altra condizione: prima – aggiungono le fonti – si vendeva un’azienda con una capacità di produzione di 8 milioni di tonnellate, perché tale era l’Aia del 2021, oggi, invece, si vende un complesso che al massimo può produrre 6 milioni. E non è la stessa cosa. Il quadro è quindi cambiato rispetto alla gara precedente. E poi, il gas: c’è o non c’è? Inoltre, prima era previsto un solo impianto di preridotto, oggi, invece, i 6 milioni di tonnellate di acciaio vanno prodotti solo con il preridotto. Certo – si spiega ancora con un riferimento a Jindal – c’è chi il preridotto lo produce fuori dall’Italia, ma lo aveva previsto per i suoi interessi e le sue attività. Se invece questo soggetto dovesse acquisire Taranto, come alimenta di preridotto anche gli altri impianti che possiede? E quindi bisogna capire bene la questione del Dri.

Sulla cassa integrazione, invece, la riunione ora calendarizzata al ministero del Lavoro tra Acciaierie e sindacati per le 15.30 del 18 settembre è quella che avrebbe dovuto tenersi il 10 settembre e poi spostata al 30. Adesso da fine mese c’è un anticipo. Sempre che non intervenga un altro rinvio. La trattativa sulla cassa, infatti, sinora ha collezionato più rinvii che incontri. Ci sono state solo due riunioni a giugno, ma senza entrare nel merito, mentre luglio e agosto sono stati una sequenza di aggiornamenti perché il ministero del Lavoro aveva necessità di fare degli approfondimenti in merito al quadro complessivo di AdI.

L’azienda chiede di aggiornare l’accordo del 4 marzo e di estendere la cassa integrazione ad altre 1.000 unità portandole a 4.050, di cui 3.500 sarebbero a Taranto. Questo perché la produzione del 2025 anziché essere di 3,5 milioni di tonnellate, arriverà a 1,5 milioni.


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_proroga_bando_possibili_alleanze_italiani-9064328.html