C’è un’inquietudine sorda che si avverte camminando per le strade di Taranto in questa calda estate del 2025. Non è solo afa, non è solo stanchezza. È qualcosa che somiglia a un’incredulità sospesa, uno smarrimento stratificato, una stanchezza antica. In città si avverte chiaramente il peso del momento: la questione ex Ilva , la crisi politica innescata dalle dimissioni (poi ritirate) del sindaco, le proteste e le tensioni con gli attivisti, il disincanto politico, la corsa contro il tempo per i giochi del Mediterraneo e, sullo sfondo, la necessità – urgente, pressante – di trovare finalmente una via di uscita dal giogo dell’acciaio.
Le voci
Una complessità, quella tarantina, che Anna Paola Lacatena – giornalista e saggista, sociologa del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asl locale – riassume con lucidità: «Ricordo che una sera d’estate di più di 10 anni fa, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, nel corso di un intervento al Tg1, disse che l’economia italiana dipendeva dalle sorti dello stabilimento tarantino. Discutibile, però, pensai che involontariamente stava riconoscendo alla nostra città un potere che la stessa, forse, non ha mai lontanamente pensato di avere». Un potere che, però, secondo Lacatena, non è mai stato esercitato fino in fondo: «Pensai che a quel punto i nostri politici, seduti ai futuri tavoli in cui si sarebbe discusso il destino industriale di Taranto, avrebbero fatto valere questa investitura. Tutto ciò che è seguito è stato invece un anellarsi di delusioni e amarezze». Delusioni che si sono trasformate in una forma di rassegnazione collettiva. «Credo – riflette – che questa città e i suoi cittadini vivano da tempo un’assuefazione alla vessazione, come se fosse ineluttabile, come se non meritassero il rispetto che altre città si sono conquistate (vedi Genova). Quel rispetto non ti verrà riconosciuto dall’alto, te lo devi conquistare, senza comode soluzioni». E allora, a chi spetta agire? «Rischiando di instillare fastidio in chi legge, provocatoriamente – prosegue – credo che ogni passo, a cominciare dal ricorso al Tar rispetto all’ultima Aia del Governo, deve essere accompagnato da uno scuotimento di un ormai annoso torpore e di un ambiente inquinato sì, almeno quanto strutturalmente depresso e depressogeno. Questo non riguarda la politica (riflesso), questo riguarda i tarantini in prima battuta». Il commerciante Francesco Cazzato, titolare del negozio “La casa del confratello”, dove ogni oggetto racconta e tramanda le tradizioni, dà voce a un’altra parte della città, quella che ogni giorno deve fare i conti con un’economia traballante e una classe dirigente spesso percepita come lontana. «Stiamo vivendo una brutta sensazione di incertezza, impreparazione – racconta – ed impotenza al tempo stesso. Impreparazione perché la questione Ilva è molto più complessa di quanto appaia. Crisi occupazionale devastante, condizione economica molto precaria. Vorremmo insorgere, ma si intuisce che la nostra autonomia è molto limitata». Cazzato non nasconde lo scetticismo politico: «A Taranto manca da tempo un profilo politico autorevole con una visione precisa e largamente condivisibile. Continuiamo ad essere assoggettati a soggetti politici baresi e romani». E, a proposito dei Giochi del Mediterraneo, osserva con amarezza: «Ci ritroveremo con strutture importanti che non saremo in grado di continuare ad utilizzare dopo i giochi. Basti pensare alla situazione del Taranto Calcio… Trovo assurdo non riuscire ad accogliere atleti e staff tecnici in strutture adeguate». Lo sguardo del commerciante tarantino è lucido, eppure si chiude con una speranza: «Ci vuole un leader. Credo ancora in un risveglio dell’attuale sindaco, perché mi sembra un tarantino convinto. Quindi chiudo con questa speranza». Anche Roberto Lando, artista tarantino che ha calcato il palcoscenico del Lab di Zelig Puglia, attore e regista del canale Facebook “Il Cozzaro Channel”, non fa sconti alla narrazione dominante: «Penso che bisogna prendere una posizione riguardo all’Ilva. Ormai sono troppi anni che si gioca sul fatto di cambiare forni, cambiare cucina, salotto, soggiorno, eccetera. Passa il tempo e le cose non cambiano». Eppure, una via c’è: «Si bonifica, si riqualifica e Taranto vive di turismo, cozze, mare, paesaggi, tutte le bellezze che offre questa città». Una città «martoriata che – evidenzia – subisce da sempre e non riesce ad avere un momento di tranquillità e felicità. Subito arrivano le mazzate. Come per il calcio, ad esempio, visto che se andrà bene ripartiremo dall’Eccellenza. È una situazione abbastanza critica per una città tra le più belle d’Italia. Basta con l’acciaio». Poi un guizzo d’ironia amara: «Tempo fa realizzai un video satirico sull’Ilva quando dissi: “amministrate così male i soldi riguardo all’Ilva che non è mai stata così azzeccata la frase: non capite un tubo”».
Per Rosario Orlando, avvocato, il nodo è più ampio: «La questione ex Ilva, che coinvolge interessi che vanno oltre gli stessi confini del vecchio continente, è di una complessità tale da rendere quasi impossibile la soluzione. Pensare che il nuovo primo cittadino potesse avere un ruolo risolutore era velleitario. Certo, sapeva ciò che l’aspettava candidandosi, ma bisogna avere la consapevolezza del ruolo che ha il sindaco in questa partita». Orlando però rilancia sul bisogno di pragmatismo: «Anche se l’incertezza regna sovrana, questo è il momento delle scelte e quindi dei compromessi. Ogni crescita richiede un prezzo da pagare. Sappiamo che i prossimi anni saranno cruciali per questa città. Da gestire per il durante e, soprattutto, per il dopo. Per amare davvero questa città con i fatti e non con le canzonette». Gianni Cianci, responsabile del settore legale e contenzioso di Federconsumatori Taranto, tocca invece il tema del conflitto tra salute e lavoro: «Siamo battuti tra la tutela di due diritti costituzionali, quello alla salute e direi addirittura alla vita e quello al lavoro. C’è un senso di smarrimento perché sentiamo delle posizioni veramente variegate, anche diametralmente opposte». Cianci dubita della chiarezza delle soluzioni proposte: «Si dice: vogliamo rendere green la produzione e salvaguardare i livelli occupazionali. Però credo che la gente non abbia molto chiaro cosa si intenda per green, che è una espressione estremamente elastica». E sulle istituzioni: «Della politica non è che il cittadino medio possa fidarsi più di tanto. Ora vedremo quale sarà l’orientamento del sindaco e del consiglio comunale». Infine, Claudia Carone, imprenditrice, rappresenta quella parte di Taranto che non smette di sognare un’alternativa concreta: «Io sono sempre ottimista. Io spero che questa sia la volta buona per la chiusura della fabbrica. Io credo che questa città offra tantissimo». E aggiunge, con un tono quasi dolente: «Faccio parte del progetto di Taranto città spartana, anche se in questo momento è congelato. Abbiamo creato in tutti i modi un’alternativa che potesse essere in contrapposizione al marchio Ilva». Per lei, il male più grande è diventato quasi culturale: «Taranto ha la sindrome del brutto anatroccolo. Spero che venga eliminata la nube tossica dell’Ilva che non è solo quella che vediamo, ma è quella che ormai è dentro le nostre teste». Quella nube tossica, invisibile ma penetrante, avvolge Taranto da decenni. È fatta di fumo, certo, ma anche di disillusioni, silenzi, dipendenze, promesse non mantenute. Eppure, oggi più che mai, la città sembra trovarsi su un crinale decisivo. La questione Ilva non è più solo una vertenza industriale: è diventata il simbolo di ciò che Taranto è stata, ma anche di ciò che potrebbe finalmente diventare, scrollandosi di dosso la rassegnazione.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/viaggio_umori_tarantini_estate_schiacciati_afa_ma_inquietudine_impressione_di_sempre_un_punto_di_svolta_possibilita_di_cambiamento_non_arrivano-8991072.html
