L’ex Ilva ha la nuova Autorizzazione integrata ambientale, in sigla Aia, e a Taranto monta la protesta. L’azienda può produrre per i prossimi 12 anni sino a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio con gli attuali tre altiforni alimentati da carbon coke, ma si è creato uno strappo tra Governo e amministrazioni territoriali. Nella conferenza dei servizi convocata ieri dal ministero dell’Ambiente, il via libera é venuto solo dai ministeri, ovvero Ambiente, titolare del procedimento di Aia, Imprese, Salute e Interno. Dissenso, invece, dalla Regione Puglia e dagli enti locali: Comuni di Taranto e di Statte e Provincia di Taranto. Anche se il parere istruttorio conclusivo lo hanno approvato nelle formulazioni del 2 aprile e 4 giugno scorsi, adesso le amministrazioni locali disapprovano l’Aia licenziata dalla conferenza. Contestano che non c’é alcuna traccia della decarbonizzazione, ma si autorizza invece la continuità della produzione degli altiforni con tutti gli impatti ambientali e sanitari che genera.

Gli enti locali hanno chiesto un rinvio dell’Aia a dopo la definizione dell’accordo di programma interistituzionale sulla decarbonizzazione (a tal proposito ieri il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha confermato il vertice per il 31 luglio) affinché l’Aia riflettesse e recepisse il nuovo corso della fabbrica. Inoltre, nelle discussioni di questi giorni è stata avanzata dal Comune la richiesta di rimodulare l’Aia da 6 a 4 milioni di tonnellate in modo da migliorare le tutele sanitarie per popolazione e lavoratori (meno produzione uguale meno inquinamento) e abbreviare i tempi di sostituzione degli altiforni con i nuovi forni elettrici. Ma né l’una, né l’altra richiesta sono state accolte. «Sull’Aia questi andavano spediti – dice il sindaco di Taranto, Piero Bitetti -. Abbiamo espresso parere contrario all’Aia perché ci sono dei dati che riguardano la salute pubblica che non ci fa piacere leggere e che andrebbero certamente approfonditi. E peraltro stiamo trattando un accordo di programma tra istituzioni che mira alla decarbonizzazione, che mira a sostituire l’attuale ciclo integrale che parte dal carbone per andare su una produzione green che abbatta del 95 per cento le sostanze killer. Ecco perché ho chiesto il rinvio della conferenza decisoria. E in qualità di garante della salute pubblica dei tarantini, ho chiesto un parere al ministero dell’Ambiente sulla scorta dell’ultimo parere dell’Istituto superiore di Sanità, ma la risposta ricevuta non è assolutamente soddisfacente. Invece, nonostante la nostra presa di posizione, nonostante abbiamo detto che se si fosse andati avanti con l’Aia, certamente non avremmo potuto esprimere un parere favorevole sull’Aia, si è andati avanti lo stesso e si è approvata un’Aia basata sul carbone. Rivedere l’Aia dopo l’accordo di programma per adeguarla alla decarbonizzazione? Noi con una nota abbiamo chiesto di ridurre da 12 a 6 mesi il tempo in cui avviare un riesame. Inoltre, sull’Aia approvata si fa solo un lieve passaggio sulla decarbonizzazione – incalza Bitetti -. Ma come, abbiamo detto al tavolo, se il nostro obiettivo è andare oltre il carbone, voi nell’Aia fate solo un cenno? Ma non é possibile, abbiamo bisogno di fermarci e ragionare. Così come abbiamo bisogno di ragionare su un nuovo accordo di programma con garanzie sanitarie e occupazionali per il territorio dalle quali non si può sfuggire. La dismissione degli altiforni deve prevedere tempi certi. Intendiamo un accordo che sia poi trasformato in prescrizioni Aia». Per Gianfranco Palmisano, presidente della Provincia di Taranto, «abbiamo chiesto un rinvio per aspettare il 31 luglio e niente. Abbiamo chiesto di inserire delle clausole sulla decarbonizzazione e niente pure qui. I ministeri hanno votato sì all’Aia. Noi stiamo continuando a lavorare sull’accordo di programma e poi chiederemo una revisione dell’Aia».

Per il ministro Urso, l’ok all’Aia riguarda un’autorizzazione “ponte” in attesa che «venga approvato il piano di piena decarbonizzazione». Urso ricorda che “incombe la sentenza del Tribunale di Milano che, senza un’Aia in mano, secondo le nuove norme europee e italiane, quindi anche sanitarie, ha il dovere di chiudere l’impianto». Questo, aggiunge, significherebbe «mandare a casa i lavoratori di Taranto e anche quelli del Nord, con una ricaduta esplosiva su tutto l’indotto che conta 20-25mila lavoratori». Adesso, però, il sì all’Aia dovrebbe aver disinnescato il rischio di una sentenza sfavorevole del Tribunale. Mentre Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente, commenta: «Con il riesame dell’Aia rafforziamo il presidio ambientale su uno dei siti industriali più complessi del Paese. Le prescrizioni previste assicurano il miglioramento delle performance ambientali in coerenza con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la necessaria tutela della salute dei cittadini». Infine, secondo fonti vicine al dossier, «le prescrizioni indicate dall’Istituto superiore di Sanità (ISS) sono state tutte recepite” e “quest’Aia è comunque temporanea e verrà rivista a partire da agosto in base all’accordo di programma interistituzionale». Si puntualizza, inoltre, che l’Aia contiene «470 prescrizioni abbastanza complesse» e in «in alcuni casi continuerà ad applicare i valori dell’Aia vigente per un periodo di circa sei mesi in attesa di ulteriori dati».


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/ex_ilva_taranto_la_produzione_salva_via_libera_aia_no_pugliese_ma_ci_470_prescrizioni_cosa_sappiamo-8962615.html