Più alti degli altiforni. I tre impianti di preridotto di ferro (Dri) proposti dal Governo agli enti locali e alla Regione Puglia in una delle due ipotesi per l’accordo di programma sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva (l’altra sono solo i forni), si caratterizzano per la loro altezza imponente. Sono simili ad un reattore, spiegano fonti tecniche interpellate da Quotidiano, e alti circa 140 metri contro i 70-90 metri di un altoforno (l’altezza di quest’ultimo dipende dalla sua capacità di produzione). Da vedere, quindi, se il loro impatto visivo solleverà altri dubbi in aggiunta a quelli già espressi sulla nave di rigassificazione.
I tre Dri proposti sono a servizio di altrettanti forni elettrici per una produzione annua di 6 milioni di tonnellate di acciaio. Tempi dell’operazione 8 anni, nei quali gli altiforni verrebbero progressivamente dismessi e sostituiti dai nuovi forni. Dri e forni hanno però bisogno della nave di rigassificazione per essere alimentati con circa 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Ma il Comune sarebbe contrario alla nave e questo significherebbe scartare i Dri a Taranto.
In alternativa si è ipotizzato di realizzarli nell’area di Gioia Tauro, dove il gas sarebbe fornito da un rigassificatore a terra già autorizzato.
È però evidente che l’eventuale “trasloco” significherebbe ricominciare, visto che la società pubblica Dri d’Italia, delegata al progetto, ha già studiato il layout su Taranto e discusso con Acciaierie d’Italia sulla collocazione degli impianti. A parte l’investimento (un miliardo già stanziato) e i posti di lavoro (stimati 700) che salterebbero.
In antitesi a chi scarta la nave e quindi chiude sul Dri, c’è chi – sindacati, associazioni di impresa, tecnici del settore – sostiene che per una decarbonizzazione compiuta è opportuno tenere a Taranto forni e preridotto insieme. E che è illogico fare i forni a Taranto e il Dri a Gioia Tauro. «Taranto – si osserva in proposito – ha sofferto tanto negli anni con 5 altiforni, 12 batterie coke e 4 impianti di agglomerazione. Ora tutto questo sparirebbe. Si avrebbe una situazione diversa dall’attuale. Inoltre, gli attuali tre altiforni verranno fermati. Questo significa stop alle cokerie (benzene, benzoapirene, idrocarburi policiclici aromatici) e all’agglomerazione (diossina). Dunque, una forte riduzione delle emissioni inquinanti. Ma anche l’occupazione potrebbe essere conservata, perché agli 8 anni calcolati per costruire Dri e forni elettrici, va aggiunto lo smantellamento di quello che verrà dismesso. Complessivamente sarebbero 15 anni di lavoro».
Sul preridotto, intanto, Dri d’Italia è attualmente in stand by per la nuova gara d’appalto relativa al progetto e alla costruzione degli impianti (la prima del 2023, a fronte di un ricorso, è stata annullata da Tar di Lecce e Consiglio di Stato). La società che fa capo ad Invitalia e che il 22 luglio ha l’assemblea per il rinnovo dei vertici nel frattempo scaduti, è in attesa di vedere come si chiude su Taranto con il preridotto e la nave prima di valutare altri siti.
Dri d’Italia è pronta per la gara, stava discutendo con il ministero dell’Ambiente sull’utilizzo del miliardo, ma ora tutto si é fermato. Non si può lanciare la gara se prima non è scelto il sito di costruzione.
E comunque le fonti tecniche interpellate evidenziano che il preridotto realizzato in un’area che non sia quella dei forni elettrici utilizzatori, ha costi maggiori. A Gioia Tauro costerebbe meno l’approvvigionamento del gas perché fatto con un impianto a terra mentre la nave costa di più, ma le altre voci salirebbero.
Una volta prodotto, il preridotto andrebbe infatti raffreddato, “bricchettato” (e andrebbe fatto un investimento ad hoc per la “bricchettatrice”), trasportato a Taranto con una nave e rimesso in un forno elettrico per riscaldarlo. Tutto questo inciderebbe in maniera importante. Ci sarebbe un risparmio nel layout, in quanto a Gioia Tauro non esisterebbero i vincoli di Taranto dove c’è già l’ex Ilva con i suoi impianti, e quindi costruire gli impianti in Calabria costerebbe meno, ma non nella fornitura del preridotto.
Sui 700 occupati nei Dri, le stesse fonti dicono che é un numero derivante da una stima iniziale. Risale alla prima bozza di progetto di luglio 2022. Al di là della manodopera necessaria alla costruzione, si dovrebbe invece essere tra i 5-600 addetti a impianto.
Mentre sul gas necessario per Dri e forni elettrici, si potrebbe andare sotto i 5 miliardi di metri cubi annui. Ciascun Dri consumerebbe intorno ai 700-750 milioni di metri cubi e i forni, essendo vicinissimi, avrebbero il preridotto caldo, un consumo termico-energetico inferiore e per entrambi potrebbero bastare 3,5-4 miliardi di metri cubi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Clicca qui per leggere l’articolo sul sito ufficiale
Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_decarbonizzare_la_fabbrica_3_giganti_di_140_metri_d_altezza-8954704.html
