Una possibile riduzione dei numeri della cassa integrazione straordinaria nell’ex Ilva di Taranto, che nell’incontro dell’11 novembre è stata elevata da 4.450 a 5.700 dipendenti da subito e sino a fine anno per poi salire a 6.000 persone a gennaio. Mentre potrebbero restare ancora coperte le carte sul terzo gruppo industriale che dopo i fondi americani Bedrock e Flacks Group, si è affacciato alla gara per la vendita dell’azienda. Carte coperte perché il nuovo gruppo si è presentato solo da poco – invece Bedrock e Flacks Group c’erano già da prima – e quindi si attende che formalizzi la sua manifestazione di interesse. Ruota attorno a queste ipotesi il nuovo vertice che il Governo ha convocato sull’ex Ilva per le 15 di oggi a Palazzo Chigi con i sindacati – Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl – per tentare di comporre lo strappo creatosi lo scorso 18. Incontro che ha visto le sigle metalmeccaniche salire sulle barricate e respingere il piano di Governo e commissari. Non solo perché, hanno detto i sindacati, aumenta considerevolmente la cassa integrazione, ma perché ferma le cokerie, mettendo così un’ipoteca sulla continuità operativa degli altiforni, concentra da 8 a 4 anni la decarbonizzazione, un tempo ritenuto irrealistico, e soprattutto non indica nulla in merito al partner o ai partner privati dell’operazione e alle risorse necessarie per il rilancio della fabbrica.

La trattativa

Così, per evitare che lo strappo si allargasse, il Governo, 24 ore dopo la riunione di martedì scorso, ha convocato un altro incontro per oggi. Al quale le sigle si recheranno ponendo tre richieste: nessun aumento della cassa, ritiro e revisione del piano presentato giorni fa, notizie chiare sullo stato delle trattative con i potenziali acquirenti. In queste ore vari rumors fanno riemergere l’ipotesi di un interesse per l’ex Ilva di Arvedi, nome che negli ultimi tempi è ricorso spesso. Secondo alcune fonti, Arvedi starebbe anche discutendo con uno dei due fondi, pare Bedrock, ma perché il gruppo di Cremona scenda effettivamente in campo occorrerebbero condizioni di agibilità e di agevolazione che al momento non ci sono.  E comunque la questione Taranto-ex Ilva ha un rilevante grado di complessità anche per un big come Arvedi, che gestisce sia il polo di Cremona che quello di Terni. E se a questo si aggiunge poi il prezzo dell’energia elettrica, che in Italia resta più alto rispetto alla Germania che per l’industria lo ha fissato a 50 euro MW, si ricavano altri elementi non trascurabili di difficoltà.

I sindacati

“Senza il ritiro di quel piano di chiusura torneremo a lottare”, hanno detto sull’ex Ilva le sigle Fim, Fiom e Uilm alla vigilia del nuovo vertice con il Governo. L’Esecutivo “avrebbe dovuto rappresentare il progetto in grado di garantire la decarbonizzazione degli impianti con la piena tutela di ambiente e occupazione”. E invece “nulla di tutto ciò è previsto dal piano che noi abbiamo definito sin da subito come un piano di chiusura. Le uniche cose certe emerse, in quelle poche e sintetiche slide, sono la chiusura di ulteriori impianti e l’aumento della cassa integrazione. È evidente che è stato del tutto sbagliato accelerare sulla procedura di gara di vendita internazionale, avviata in tempi brevi e senza che fosse realizzato il piano di ripartenza presentato dalla gestione commissariale. Piano di ripartenza – affermano i sindacati – che è stato condiviso e sottoscritto con le organizzazioni sindacali e che aveva un chiaro obiettivo: uscire dalla fase di crisi generata dalla gestione di Arcelor Mittal attraverso interventi strutturali sugli impianti per consentirne la marcia al fine di garantire il processo di decarbonizzazione. Piu volte dall’inizio di questa amministrazione straordinaria – rammentano le tre sigle – abbiamo sostenuto a Palazzo Chigi come sia indispensabile che sia lo Stato ad assumersi la responsabilità di un percorso di rilancio, altrimenti mai potrà crederci il mercato, specie in una fase di grave crisi congiunturale”.  E allora, avvertono i sindacati, “senza il ritiro di quel piano di chiusura, torneremo a lottare per impedire che a pagare ancora una volta il prezzo più alto delle mancate scelte politiche siano i lavoratori e i cittadini di intere comunità”. Che il mercato sia in difficoltà, lo ha detto ieri anche l’osservatorio di Siderweb. Mancano i dati di bilancio 2024 di AdI, ma Siderweb ha affermato che “dopo un 2023 di frenata rispetto al “biennio magico” 2021-2022, nel 2024 la siderurgia italiana si conferma in rallentamento. I bilanci delle aziende del comparto, chiusi lo scorso 31 dicembre, riflettono la persistente complessità del contesto economico e geopolitico, caratterizzato da un rallentamento della domanda e da una diminuzione della produzione siderurgica a livello globale. I principali indicatori sono risultati, quindi, in frenata. In particolare, il fatturato del settore ha subito un ridimensionamento del 9%, il valore aggiunto è sceso del 15% e gli utili del 30%”. Infine, il 2025 “non sta dando sensibili segnali di ripresa”, mentre “attese per una lieve ripresa” sono per il 2026. 


Clicca qui per leggere l’articolo sul sito ufficiale

Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/acquisto_ipotesi_arvedi_sindacati_ritirare_subito_piano_di_chiusura-9194658.html