Alla vigilia del nuovo incontro sull’ex Ilva tra Governo e sindacati (domani alle 15 a Palazzo Chigi), la domanda è come l’Esecutivo cercherà di ricucire lo strappo con le sigle metalmeccaniche, se metterà sul tavolo una proposta nuova e se svelerà nome e piani del terzo gruppo (un operatore industriale straniero) che da poco si è proposto per l’acquisizione dell’intero gruppo dopo i due fondi americani (Bedrock e Flacks Group) che si erano già presentati alla scadenza del 26 settembre.
La cassa integrazione
È evidente che non basta – e non basterà anche ai sindacati – ridurre i numeri della cassa integrazione straordinaria, che i commissari vogliono portare ora da 4.450 a 5.700 nel gruppo e poi a gennaio a 6.000. Serve invece che il Governo indichi la rotta e decida che fare, altrimenti l’azienda – già alle corde produttivamente e finanziariamente, e segnata da perdite rilevanti – naufragherà. Il punto è che non ci sono industriali di peso dietro la porta dell’ex Ilva. Non ci sono perché l’azienda, nello stato in cui è, non è affatto ambita e la decarbonizzazione, anche con un importante apporto finanziario dello Stato, comunque richiederà anche al privato investimenti significativi. A meno che la Commissione Europea, come insiste il Governo italiano, riveda tempi e modalità del Green Deal. E ci sono poi i costi dell’energia elettrica – visto che per l’ex Ilva parliamo di forni elettrici -, che in Italia sono superiori al contesto europeo, specie dopo che la Germania nelle ultime ore ha approvato misure per fissare il prezzo per l’industria a 50 euro/MW (Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha già protestato). Infine, c’è la difficile situazione di Taranto, dove 13 anni di rinvii e di incertezze, unito a tutto quello che c’è stato (i danni ambientali, le pesanti conseguenze sanitarie), hanno reso la città insofferente all’acciaio e desiderosa di nuovo.
Gli investitori
Dopo il gruppo Riva, che, prendendola dall’Iri, ha gestito l’ex Ilva dal 1995 sino a metà 2013, quando intervenne il commissariamento da parte del Governo Letta e la prima amministrazione straordinaria, l’unico acciaiere di calibro affacciatosi a Taranto è stato ArcelorMittal, che nel 2017 ha battuto la concorrenza di Jindal – che ora sta a Piombino insieme a Metinvest -, in quell’occasione alleato di Arvedi, Cassa Depositi e Prestiti e Leonardo Del Vecchio, lo scomparso patron di Luxottica. Mittal è stato a Taranto sino a febbraio 2024, quando il commissariamento dell’azienda (nel frattempo ridenominata da Ilva in Acciaierie d’Italia) e la nuova amministrazione straordinaria, lo hanno defenestrato. Su Mittal ora sta per piombare l’azione di responsabilità da parte di Acciaierie d’Italia, che gli contesta danni per 4 miliardi come il ministro Adolfo Urso ha reso noto in Parlamento. E comunque Mittal era partito con una gestione che prometteva attenzione e rispetto quando ad era Matthieu Jehl, poi, nello stesso ruolo, è arrivata Lucia Morselli nell’autunno del 2019 e la musica è completamente cambiata.
Innumerevoli sono stati infatti gli scontri dell’ex ad Morselli con i sindacati, le istituzioni locali, la proprietà pubblica dell’azienda, cioè Ilva in amministrazione straordinaria, e il partner pubblico Invitalia. E se fosse rimasto, chissà cosa avrebbe fatto ora Mittal in Italia, visto che a giugno ha cancellato i piani, perché troppo costosi, per le acciaierie di Brema e Eisenhuttenstadt, con il passaggio dagli altiforni a carbone ai forni elettrici con impianti di riduzione diretta del ferro, alimentati a gas naturale ed eventualmente a idrogeno.
A gennaio scorso, quando si chiuse la seconda gara per vendere l’ex Ilva, c’era Jindal. Non lo stesso del 2017, un altro dimensionalmente più piccolo ma comunque attivo nel panorama dell’acciaio. “Con una capacità di produzione di acciaio grezzo pari a 2,4 milioni di tonnellate all’anno, Jsis – così Siderweb descriveva Jindal – è considerato il fornitore preferito e affidabile nelle principali economie in rapida crescita di Oman, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. La tecnologia utilizzata per la produzione di acciaio è quella del forno elettrico ad arco con carica diretta a caldo di Dri” (preridotto).
Ma Jindal nella seconda gara sull’ex Ilva partita ad agosto e chiusasi a settembre, non si è nemmeno presentato. Ha preferito puntare sulla Germania e sull’acquisto di Thyssenkrupp. Ed è scomparso pure Baku Steel, siderurgico più piccolo rispetto a Mittal e Jindal, che aveva come alleato la compagnia di Stato Azerbaijan Investment Company Ojsc. Scomparso perché a Taranto, per il no del Comune, non c’era alcuna possibilità di far attraccare una nave rigassificatrice, che avrebbe rifornito di gas l’ex Ilva ma anche il mercato. Il vero business degli azeri era ed é l’energia, prova ne è che la compagnia statale ha poi virato in Italia sull’acquisto della rete di carburanti Api. Nippon Steel verso l’ex Ilva? Solo ipotesi, congetture, poiché questo big mondiale dell’acciaio si è tenuto ben alla larga da Taranto. Stessa cosa per Metinvest, altro gruppo di rilievo. A inizio 2024 l’ad Yuriy Ryzhenkov disse: «Se vediamo un’opportunità su Taranto, perché no?, possiamo guardarci. Ma per ora siamo concentrati solo su Piombino». E in Toscana, malgrado qualche contatto più stretto con Taranto, gli ucraini sono rimasti.
Il fondo americano
Ha invece confermato l’interesse espresso a settembre, il fondo americano Bedrock, la cui offerta, pur al ribasso economicamente e occupazionalmente, è comunque oggetto di trattativa da parte dei commissari e qualche passo avanti c’è stato pure. Bedrock, nata nel 2015, ha ceduto nel 2024 il gruppo siderurgico canadese Stelco agli americani di Cleveland-Cliffs, 22esimo produttore mondiale di acciaio. Ora per il dossier ex Ilva Bedrock si sta facendo supportare dai canadesi di Anmar. società specializzata nella costruzione, riparazione e manutenzione di forni, altiforni e forni elettrici. Anmar ha una sua struttura italiana e anche una sede alle porte di Taranto. In quanto a Flacks Group, spuntato con l’ultima gara, dice di essere “specializzato nell’acquisizione e nel rilancio operativo di imprese di medie e grandi dimensioni in situazioni complesse in cui una soluzione rapida è di fondamentale importanza” e si presenta insieme a Steel Business Europe. Che risulterebbe essere un’azienda con sede in Slovacchia che opera nell’ambito dei centri di servizio metalli e dei grossisti di metalli vari. Ma l’offerta di Flacks è reputata inferiore a quella di Bedrock.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/ex_ilva_taranto_storia_siderurgico_cosa_sappiamo-9192754.html
