Nei capannoni dell’indotto ex Ilva si lavora a singhiozzo, tra commesse incerte e fatture che tardano a essere saldate. In questa zona grigia dell’economia tarantina, dove la grande fabbrica si riflette come un’ombra ingombrante, la parola che ricorre di più è «attesa»: di pagamenti, di decisioni, di futuro.
Sono circa seimila i lavoratori e decine le imprese che orbitano intorno allo stabilimento siderurgico. Oggi, come nelle crisi del 2012 e del 2015, la preoccupazione torna a mordere. «In qualche modo l’acciaieria deve andare avanti, è un patrimonio tecnologico da tutelare» afferma Nicola Convertino, a capo della Elsac Engineering di Massafra e presidente di Aigi, l’associazione datoriale dell’indotto che riunisce una settantina di aziende. «La mia azienda ha 87 dipendenti – racconta – e siamo tra le aziende specializzate dell’indotto del Siderurgico. Nonostante le difficoltà non abbiamo mai fatto mancare il nostro supporto».

Per Convertino, l’ex Ilva resta un laboratorio insostituibile di competenze. «Lavoriamo in tutte le parti d’Italia e anche in Europa – spiega – grazie al know how tecnologico che abbiamo imparato lì e che continuiamo a imparare. È sempre una fucina di tecnologia l’Ilva di Taranto, anche come conoscenza dei nostri operai nei montaggi e nelle manutenzioni. Ha un valore incommensurabile questo tipo di conoscenza. E non è certo la competenza delle bonifiche che è onestamente di scarso valore aggiunto».
Ma intanto la preoccupazione si misura in numeri. «Il problema dei pagamenti posticipati continua. Le difficoltà finanziarie – confida Convertino – ci sono. Una parte delle aziende accede al credito attraverso la cessione delle fatture tramite operazioni di factoring, però le risorse sono limitate e noi siamo fortemente in apprensione per le fatture che saranno emesse nei prossimi mesi. Questo perché non c’è una garanzia di pagamento».
L’imprenditore non ha dubbi: «È chiaro che quando c’è un ricorso così forte per i dipendenti diretti alla cassa integrazione si pensa alla possibilità della chiusura, ma noi non vogliamo credere a questo perché comunque è in atto un programma di investimenti e di lavori per farla ripartire. La cosa che ci preoccupa è che non c’è la garanzia della copertura finanziaria. Per questo come Aigi abbiamo fatto un appello al governo affinché in qualche modo trovi delle fonti importanti finanziarie, almeno 4 miliardi di euro, perché poi questi lavori di ambientalizzazione li può fare solo lo Stato».

Esprime analoghe preoccupazioni Eugenio Martucci, titolare della Allestimenti Elettrici Martucci, 58 dipendenti e oltre trent’anni di esperienza all’interno dell’impianto. «Durante periodi di crisi dell’Ilva che abbiamo affrontato – afferma – ci sono stati dei periodi di cassa integrazione. La questione al momento riguarda soprattutto i lavoratori diretti dell’acciaieria. Siamo le aziende deputate a svolgere i lavori che dovrebbero portare alla decarbonizzazione o comunque a un processo di ambientalizzazione della fabbrica. Ma non abbiamo ben chiaro quale sarà il futuro e questa è la preoccupazione un po’ di tutti».

C’è una sensazione diffusa di precarietà. «Non sappiamo – ammette Martucci – cosa potrà accadere tra un mese. Se i 6mila esuberi servono per avviare gli interventi, è un conto; se preludono a una chiusura, è un altro. I factor e Sace ci permettono di anticipare le fatture, ma il sistema regge solo se c’è un piano di rilancio credibile».
Martucci parla con amarezza di una città che paga il prezzo più alto: «Sono tredici anni che viviamo così. Taranto si è desertificata: l’acciaieria garantiva 60 milioni al mese di stipendi, circa un miliardo l’anno. Ora è un’economia in apnea. Spesso veniamo considerati prenditori, ma siamo imprenditori che danno lavoro a migliaia di famiglie».
A Taranto lo spettro del blocco è ovunque. Lo racconta Domenico Abrescia, titolare di un’azienda di autotrasporto: «Il futuro non sembra roseo, l’importante secondo me è che si arrivi a una definizione. Si vende? Non si vende. Si fanno gli investimenti? E in quanto tempo? È importante che le parti trovino l’intesa per un programma certo in modo che le aziende si possano regolare anche sui futuri investimenti».
E ancora: «Non c’è soltanto la questione del lavoro che viene meno e dei pagamenti ritardati ma domani, tra un mese, tra un anno, cosa succede? Dobbiamo continuare così? Magari viene un’azienda di fuori che si prende le maestranze perché deve fare dei lavori. Così si smembra il valore aggiunto di un’azienda. Poi c’è un altro problema. Anche se ti presenti alle banche con una fattura da scontare di 100mila euro, che non è una cifra trascendentale, ti guardano sempre con un occhio particolare. Il paradosso è che alle banche le certezze le dobbiamo dare noi».
E mentre le luci natalizie si accendono tra le strade semivuote, la città resta in attesa di un segnale concreto. Non bastano tavoli e promesse, dicono gli imprenditori: servono scelte chiare, risorse certe e un piano credibile.
Abrescia guarda all’acciaieria come a un punto fermo che non può svanire: «Secondo me l’Ilva ha ancora futuro perché è uno stabilimento strategico per la nazione e l’acciaio che si fa qui non ha eguali. Ci si deve augurare che si riprenda». 
 


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_indotto_zona_grigia-9187242.html