Paura, ansia, smarrimento. All’ex Ilva di Taranto si respira un’aria pesante, densa come le polveri che da decenni avvolgono la città. Dopo l’ennesimo annuncio del governo – con l’aumento esponenziale della cassa integrazione – la sensazione comune è quella di essere arrivati a un punto di non ritorno. «Ci dicessero cosa vogliono fare della fabbrica», sbotta Alfonso Quaranta, 50 anni, manutentore di ascensori e montacarichi nell’area Ope, alle dipendenze dell’Ilva dal 1999. «Dopo l’ultimo incontro tra governo e sindacati – spiega – ci hanno comunicato che passeremo a 6mila in cassa perché non riescono ad attuare un piano industriale. Hanno detto solo: “stiamo chiudendo, vedete voi cosa dovete fare”. Praticamente stiamo in mezzo a una strada se continua così».
Le voci
Separato, con un figlio, Alfonso racconta la quotidianità di chi non sa più se riuscirà a pagare mutuo e bollette. «La cassa integrazione – ammette – non basta neanche per mangiare. Ma non è solo una questione economica. Noi vogliamo lavorare in un ambiente sano, come ci avevano promesso con la decarbonizzazione. Ora si evince tutto tranne che la continuità produttiva. Portare 6mila persone in cassa significa chiudere lo stabilimento. L’ammortizzatore sociale può tamponare, ma noi vogliamo lavoro e uno stabilimento green».
Nel suo reparto, tre operai a rotazione si alternano: una settimana di lavoro, una a casa. «È un lavoro a metà, non ti senti realizzato. Se mio figlio – confida – mi chiede qualcosa non posso accontentarlo. Non arriviamo a fine mese. Questo governo non ci può prendere per i fondelli: ci stanno uccidendo psicologicamente e lavorativamente».
C’è poi chi, come Piero Vernile, 46 anni, del reparto Gestione rottami ferrosi, è cresciuto dentro la fabbrica. «Dopo essere andato a 17 anni a Parma, l’ex Ilva per me rappresentava la possibilità di vivere nella mia terra. Oggi è un incubo. Da quattro, cinque anni, con il reddito diminuito e il costo della vita aumentato, ho grosse difficoltà ad arrivare a fine mese. Rinuncio a curarmi».
Vernile parla con la voce rotta, ma senza perdere lucidità: «Tante volte sono stato assalito dalla disperazione. Alla soglia dei 47 anni siamo considerati grandi e di troppo. Sono un padre separato, vivo con le mie figlie e mi occupo di loro ogni giorno. Rinuncio a tutto pur di farle stare bene. Ma da un sogno di gioventù questo lavoro è diventato un incubo fatto di incertezze e paure. Le istituzioni ti abbandonano».
Nemmeno gli aiuti arrivano. «Neanche quest’anno – racconta – ho avuto la social card di 500 euro solo perché Acciaierie d’Italia attiva la cassa integrazione. Siamo penalizzati e abbandonati. Se vogliono chiudere la fabbrica ci devono dare un altro lavoro e una legge speciale. Abbiamo dato tanto, anche la salute. Ora è il momento del conto».
Poi aggiunge, quasi in un appello ai colleghi: «non dobbiamo pensare che qualcuno ci regalerà qualcosa. Siamo in tanti, l’unione fa la forza. Dovremmo bloccarci e bloccare lo stabilimento. Tanto, oggi, futuro non ne vediamo. La cosa che mi fa più male è non poter garantire un futuro migliore alle mie figlie, non poterle mandare all’università. Per un genitore è umiliante. Tanti si rassegnano, ma io dico: non dobbiamo arrenderci, dobbiamo continuare a lottare».
Anche chi lavora nell’indotto vive la stessa angoscia. Gaetano Sasso, 41 anni, della ditta d’appalto Ferplast, sposato e padre di due bambini di sette e quattro anni, racconta la fatica di chi resta appeso a un filo. «La situazione è insostenibile. Ci sono migliaia di padri di famiglia – rammenta – che vivono con la paura di restare senza lavoro. Anche noi dell’appalto stiamo pagando l’abbandono delle istituzioni. Lavoriamo su impianti vecchi, rischiando la vita ogni giorno».
La cassa
Gli ammortizzatori sociali si stanno esaurendo. «L’ultima volta che sono stato in cassa integrazione è lo scorso anno e quando viviamo questi periodi – evidenzia Sasso – abbiamo grosse difficoltà economiche. Siamo costretti anche a sopportare trasferte perché chiaramente l’azienda deve guardarsi intorno. Tutto l’indotto ha dovuto far fronte ai pagamenti posticipati e dobbiamo anche ringraziare i nostri imprenditori. Non si può vivere di sussidi. Io avevo un progetto di vita diverso, ora faccio i conti con questa crisi infinita».
Il lavoratore parla con amarezza, ma anche con orgoglio. «Sembra che tutte le mobilitazioni fatte finora non abbiano portato a nulla. Ma non dobbiamo fermarci. Quando scioperiamo – dice – non lo facciamo per un week-end lungo, come dice la presidente del Consiglio. Perdiamo giornate di lavoro, soldi veri. Dire a un lavoratore di scioperare significa togliergli 50 euro dalla tasca. Noi scioperiamo perché ci crediamo. La nostra non è una protesta, è un grido d’aiuto. Qui si sopravvive. E noi non vogliamo sopravvivere: vogliamo lavorare con dignità nella nostra terra».
A Taranto le voci degli operai si intrecciano come un coro di resistenza, ma anche di stanchezza. La fabbrica che per decenni ha dato pane e dolore oggi sembra un gigante ferito che nessuno vuole curare. Mentre lo Stato discute di piani e fondi, loro – i lavoratori – continuano a chiedere solo una cosa: che qualcuno ascolti davvero la loro voce, prima che anche quella venga soffocata dal rumore del silenzio.
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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/regione/taranto_ex_ilva_dipendenti_cassa_integrazione_cosa_hanno_detto-9185123.html
