Un confronto molto teso, lungo, a tratti anche drammatico, quello di ieri sera sull’ex Ilva nella sala monumentale di largo Chigi tra Governo e sindacati. A presiederlo, Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, presenti i ministri delle Imprese, Adolfo Urso, e del Lavoro, Marina Calderone. Nessuna schiarita sostanziale, nessuna soluzione in vista e sindacati sulle barricate. La cassa integrazione straordinaria aumenta già a metà mese. Era cresciuta nelle scorse settimane passando a 4.450 addetti, di cui 3.800 a Taranto, ed ora sino a fine anno coinvolgerà nel gruppo 5.700 unità per poi salire ancora ad inizio d’anno raggiungendo quota 6.000. Ora se si considera che il gruppo ha poco meno di 10mila dipendenti, di cui poco meno di 8mila a Taranto, é evidente quanto ampio e profondo sarà stavolta il ricorso agli ammortizzatori sociali.

Perché l’impennata della cassa? Non é legata alla bassissima produzione della fabbrica a Taranto, dove peraltro l’unico altoforno in attività, il 4, in queste ore è anche fermo per manutenzione, quanto alla volontà, dice il Governo, di accelerare la decarbonizzazione. Questo comporta una serie di lavori. Inizialmente l’abbandono degli altiforni a carbone e il passaggio ai nuovi forni elettrici alimentati con il preridotto di ferro, sarebbe dovuto avvenire in otto anni, mentre adesso l’obiettivo è cercare di fare questa trasformazione in quattro anni. Nel contempo, verrebbero mandati avanti anche i lavori che servono a tenere in vita gli attuali tre altiforni sino al compimento della transizione. È previsto infatti che si spenga un altoforno ad ogni nuovo forno elettrico acceso, ma perché l’avvicendamento avvenga è necessario intervenire sugli altiforni. In sostanza, con i lavori si agirebbe su due fronti: tenere in funzione quello che serve degli attuali impianti e porre le premesse per quelli nuovi. In questo c’è anche lo stop alle cokerie, osteggiata però dai sindacati.

Ma se accorciare i tempi della decarbonizzazione va incontro alle aspettative degli enti locali, considerato che a partire dal Comune di Taranto hanno chiesto un’accelerazione, l’impatto sulla forza lavoro si prospetta molto pesante. I sindacati hanno calcolato che con gli impianti fermi a Taranto rimarranno al lavoro circa 2.300 persone. E questo pone un rilevante problema sociale, anche se la cassa integrazione sarà accompagnata da una integrazione economica. Inoltre, nel vertice è emerso che adesso c’è un terzo operatore che si p fatto avanti per acquisire tutta l’ex Ilva. È estero, sarebbe industriale, e Urso sul punto non ha aggiunto di più dicendo che è una trattativa per ora riservata. Il fatto che si sia presentato un soggetto industriale dopo che in gara c’erano solo due fondi di investimento americani, Bedrock e Flacks Group, potrebbe forse essere un elemento positivo, ma l’assenza di notizie su piani, risorse e intenzioni del nuovo potenziale investitore, impedisce al momento di formulare un giudizio. Sparano a zero i sindacati uscendo dal vertice con il Governo. «È stato presentato un piano di chiusura. Ci sono migliaia di lavoratrici e lavoratori che finiscono in cassa integrazione. Non c’è un piano con un sostegno finanziario al rilancio e alla decarbonizzazione e quindi abbiamo deciso unitariamente come Fim, Fiom e Uilm di andare dai lavoratori e spiegare che la scelta del Governo, per quanto ci riguarda, noi la contrasteremo con tutti gli strumenti possibili», dice Michele De Palma della Fiom Cgil. Per Rocco Palombella della Uilm, «ci hanno presentato delle proposte inaccettabili poiché partono da un presupposto: utilizzare i lavoratori per fare cassa. Aumentano in modo esponenziale il numero dei cassintegrati sino ad arrivare a 6mila nel giro di qualche mese. La cosa grave è che non c’è una spiegazione, né un piano industriale. Prima hanno parlato di un piano di risalita, poi di uno per mettere l’azienda in vendita e ora di un piano corto. Corto non perché si svolge in in tempo breve, ma perché è breve il tempo che rimane prima della chiusura totale. Non è un piano che si può discutere o emendare. È inaccettabile perché porta a chiusura l’ex Ilva». Per Ferdinando Uliano della Fim Cisl, «abbiamo avuto la sorpresa da parte del Governo di collocare in cassa integrazione fra tre giorni altre 1.200 persone quando non è cambiato nulla rispetto al mancato accordo di qualche settimana fa». E «la prospettiva di fermare le batterie delle cokerie – aggiunge Uliano – è un elemento che non può essere condiviso. Si è deciso di fare cassa con i lavoratori. Il Governo ha sempre detto che avrebbe messo le risorse. Abbiamo compreso che non c’è più questa disponibilità». E il Governo, dice una nota di Palazzo Chigi, «esprime rammarico per il fatto che la proposta di proseguire il confronto sull’ex Ilva, anche relativamente agli aspetti tecnici emersi nel corso della discussione, non sia stata accettata dalle organizzazioni sindacali. L’Esecutivo conferma in ogni caso la disponibilità a proseguire l’approfondimento di tutti gli aspetti e anche dei rilievi più controversi».


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Fonte:
https://www.quotidianodipuglia.it/taranto/ex_ilva_tunnel_senza_fine_cassa_6mila_operai_c_un_altro_acquirente-9184458.html